Archivio Fai-Cisl 2015
BUONE FESTE
Buone Feste
Martedi 3 Novembre sciopero dei dipendenti Consorzio Bonifica Agro Pontino.
Assemmblea conferma lo scioperoalla presenza dei Segretari Generali CGIL CISL UIL BRIGANTI AUSILI GARULLO corteo parte alla 10.00 dal Consorzio per arrivare in Piazza del Popolo.
Incontro in Regione Segretari Provinciali e Regionali 2 novembre con Assessori Bilancio. Continua assemblea permanente dei lavoratori in Via Matteotti.
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AVVISO 25 Sett. 2015
L'Ufficio del Fai Cisl di Latina
situato in via Robrigo Borgia 4
(vicino centro comm. Shopping Center) "CONAD"
è aperto tutti i giorni dal
Lunedi al Venerdi dalle ore
09.00-13.00 e dalle 15.00-19.00
per INFORMAZIONI Tel. 0773-489263
Elezione al Consorzio di
Bonifica Agro-Pontino.
La Rappresentanza Sindacale e costituita da:
Angelo Semenzato 47 voti
Domenico Di Pinto 31 voti
Guzzon Renzo 22 voti
altissima la partecipazione degli iscritti allaFAI-CISL
Assenze per malattia:
nuovi obblighi e visite fiscali
Nuovi orari di reperibilità per le visite fiscali e obblighi del lavoratore in caso di malattia: attestato medico, ispezioni sanitarie, esenzioni, sanzioni.
In caso di assenza dal lavoro per malattia il lavoratore deve farsi rilasciare il certificato medico, rendendosi reperibile nel domicilio indicato per le visite fiscali dell’INPS.


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Tra gli obblighi del medico figura invece l’invio telematico dell’attestato medico all’Istituto di Previdenza, entro il giorno seguente a quello in cui è iniziato l’evento, mentre il lavoratore dovrà provvedere alla trasmissione della copia del documento al datore di lavoro entro due giorni (basta il numero di protocollo, con cui l’azienda può verificare l’attestato sul sito INPS).

=> Certificati di malattia online: Guida INPS

Visite fiscali

Il lavoratore deve sottostare alle visite fiscali, gli accertamenti sanitari diretti a controllare la giustificazione dell’assenza in caso di infermità (ai sensi dell’articolo 5 dello Statuto dei Lavoratori).
Le visite possono essere predisposte sia dal datore di lavoro sia dall’INPS.
Sono interessati, con orari differenti, sia i lavoratori dipendenti del settore pubblico sia quelli del privato.

=> Assenze dal lavoro e licenziamento

Reperibilità

È necessario garantire la reperibilità in specifiche fasce orarie, che sono cambiate dal 1 gennaio 2015 come segue:

•statali e personale enti locali: reperibilità per l’intera settimana, festività comprese, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00;

•lavoratori settore privato: reperibilità intera settimana compresi week-end e festivi, dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 17:00 alle 19:00.

Non vi è obbligo di reperibilità in caso di assenza dal lavoro per:

•malattia in cui a rischio è la vita stessa del dipendente;

•infortunio sul lavoro;

•patologie per cause di servizio;

•gravidanza a rischio;

•ricovero ospedaliero;

•eventi morbosi connessi all’invalidità attestata.

Comparto scuola

Per il personale del comparto scuola è il Dirigente Scolastico che può richiedere visite fiscali sin dal primo giorno di malattia, solo per assenze immediatamente precedenti o successive a quelle non lavorative (art. 55-septies, comma 5, del D.Lgs. n. 165/2001).

Medico fiscale

Il medico fiscale è tenuto a verificare le condizioni fisiche del soggetto e analizzare la patologia riportata all’interno del documento di malattia. Qualora ve ne sia la necessità, il medico avrà facoltà di prolungare la diagnosi di 48 ore (2 giorni).
Successivamente all’accertamento della diagnosi, sarà possibile effettuare variazioni oppure sollecitare il dipendente a sottoporsi a un controllo specialistico.

=> Privacy: il certificato medico deve essere generico

Assenza ingiustificata

Le sanzioni previste per il lavoratore nel caso di assenza ingiustificata nelle fasce di reperibilità, o nel caso di impossibilità all’accesso o al controllo, sono pari alla decurtazione della retribuzione nella misura:

•del 100% per i primi 10 giorni di patologia;

•del 50% per le giornate successive.

Il lavoratore ha comunque 15 giorni di tempo per fornire una giustificazione valida per la sua assenza immotivata come ad esempio l’allontanamento dal domicilio per visite, accertamenti diagnostici o prestazioni (in questi casi occorre comunque fornire al datore di lavoro una comunicazione preventiva).

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Accordo Aziendale Novelli - Panificazione Industriale
Pubblichiamo i testi di questo importante accordo sottoscritto il 12 maggio us con l'azienda Novelli per la riconversione industriale dello stabilimento di Cisterna di Latina.
L'accordo è importante per due motivi:
dopo molti mesi durante i quali sembrava che il Gruppo Novelli avesse ormai deciso di chiudere lo stabilimento, oggi invece si procede alla sua riconversione passando dalla produzione di pane a quella di prodotti per celiaci
- il secondo motivo che suscita la nostra soddisfazione è l'insieme di tutele ottenute per i lavoratori :
non soltanto gli ammortizzatori sociali ma anche il sostegno economico agli stessi da parte dell'azienda.



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Familiari a carico:
detrazioni al figlio che mantiene genitori e sorella
La legge fissa un ordine di preferenza tra i soggetti a cui spettano le detrazioni d’imposta: coniuge, genitori, figli.
Quando si parla di “familiari a carico” si pensa sempre a una famiglia dove il padre, con il proprio lavoro, mantiene i figli e, in parte, la moglie che dispone di un proprio reddito, ma inferiore rispetto a quello dell’uomo.


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Oggi, però, i numerosi licenziamenti hanno sovvertito gli schemi tradizionali e ben potrebbe accadere che si perda il lavoro a metà della carriera, dovendo accettare di essere mantenuti dai propri figli.
Mettiamo allora il caso di un soggetto che fa parte di un nucleo familiare composto da padre, madre e due figli, dove il padre e uno dei figli sono disoccupati e la madre ha un reddito annuo di circa 3.500 euro lordi.
Ebbene, l’unico figlio che lavora stabilmente e che può provvedere al mantenimento della famiglia, può avvalersi delle detrazioni IRPEF per altri familiari a carico per il fratello e il padre? La risposta è stata data dall’Agenzia delle Entrate con una recente circolare.
Ricordiamo preliminarmente che un familiare si considera “a carico” quando possessore di un reddito complessivo non superiore a euro 2.840,51.

La legge che disciplina le detrazioni d’imposta spettanti per carichi di famiglia stabilisce l’ordine da seguire per la fruizione della detrazione per familiari a carico.
In particolare, in presenza di un familiare da considerare “a carico” (cioè con reddito non oltre 2.840,51 euro), la detrazione spetta innanzitutto
1- al coniuge; 2- ai genitori; 3-ad altro familiare convivente o per il quale è versato un assegno alimentare (non risultante da provvedimenti del giudice).

In altri termini, in presenza di un familiare da considerare “a carico” la detrazione spetta al contribuente per il quale tale familiare “a carico” sia, nell’ordine, il coniuge, il figlio o un altro familiare convivente.

Quindi, qualora all’interno del nucleo familiare (composto da due genitori e due figli) solo la madre e un figlio abbiano redditi superiori a 2.840,51 euro, mentre il padre e l’altro figlio siano “a carico”, la madre ha il diritto di fruire delle detrazioni per il coniuge e per i figli, con precedenza rispetto al figlio (la madre, infatti, rientra nel num. 1 delle tre categorie sopra viste, con diritto di precedenza).
Le detrazioni, invece, spettano al figlio (categoria num. 3 sopra vista) nell’ipotesi in cui né il padre, né la madre abbiano un reddito complessivo superiore a euro 2.840,51, e quindi siano anch’essi da considerare “altro familiare a carico” del figlio.
Ma, secondo l’Agenzia delle Entrate, l’ordine appena delineato potrebbe non rappresentare la reale contribuzione al sostegno dei componenti del nucleo familiare, non solo nell’ipotesi in cui i soggetti che precedono (coniuge e genitori) siano “a carico”, ma anche nel caso in cui, pur non essendo a carico, detti soggetti abbiano redditi particolarmente bassi tali da far gravare il sostegno del nucleo stesso sugli altri familiari.
Ebbene, proprio per non sfavorire detti nuclei familiari, secondo l’amministrazione finanziaria le detrazioni in esame possono essere fruite dai contribuenti per i quali i familiari “a carico” rientrino fra gli “altri familiari” (comunque conviventi o per i quali siano versati assegni alimentari non risultanti da provvedimenti dell’autorità giudiziaria), a condizione che detti contribuenti posseggano un reddito complessivo più elevato di quello posseduto dagli altri e che detti contribuenti ne sostengano effettivamente il carico.
Si ricorda, infine che la legge prevede la possibilità di detrarre dall’imposta lorda “750 euro, da ripartire pro quota tra coloro che hanno diritto alla detrazione, per ogni altra persona indicata nel codice civile (coniuge, figli, genitori, generi e nuore, suoceri e suocere) che conviva con il contribuente o percepisca assegni alimentari non risultanti da provvedimenti dell’autorità giudiziaria. La detrazione spetta per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 80.000 euro, diminuito del reddito complessivo e 80.000 euro.”


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BONUS BEBE'
Ai nati fino a dicembre 2017 un assegno da 960 euro l'anno
Il contributo sarà erogato dall' Inps a tutte le famiglie con Isee sotto i 25mila euro l'anno.
Il bonus raddoppia per chi è sotto i 7 mila euro.

Un Isee non superiore ai 25mila euro annui è la condizione necessaria per accedere al bonus bebè. Al beneficio, da 960 euro l'anno, tutti gli italiani possono accedere nel caso in cui il bambino sia nato, oppure venga adottato, o preso in affido preadottivo, tra il primo gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017.


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Tutti gli interessati devono presentare le domande per ricevere l'assegno di natalità, che viene versato in rate mensili di 80 euro per ogni figlio a partire dalla nascita, o dall'ingresso in famiglia per adozione o affido, fino al terzo compleanno del piccolo.
Un contributo più ricco andrà alle famiglie più povere, quelle con un Isee non superiore ai 7mila euro annui: per loro l'assegno sale a 160 euro al mese. Ha diritto di presentare la domanda uno dei due genitori purché sia cittadino italiano o comunitario, oppure extracomunitario ma con permesso di soggiorno Ue di lungo periodo. Al momento della domanda, chi presenta la richiesta deve risiedere in Italia e convivere con il bambino.

La domanda, dicono all'Inps, va presentata all'Istituto di previdenza esclusivamente in via telematica entro 90 giorni dalla nascita del bambino o dall'ingresso in famiglia. In via transitoria, soltanto per le nascite o adozioni avvenute tra il primo gennaio 2015 e il 27 aprile 2015, il termine di 90 giorni per la presentazione della domanda decorre dal 27 aprile. Pertanto, per questi casi la scadenza per presentare la domanda di assegno è il 27 luglio 2015. Per le richieste presentate invece oltre i 90 giorni, e per quelle del periodo transitorio presentate oltre il 27 luglio 2015, l'assegno spetta a decorrere dalla data di presentazione della domanda.


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BONUS FIGLI
Oltre agli assegni per il nucleo familiare e al nuovo bonus bebè, una legge del 2014 ha introdotto – nel limite di risorse pari a 45 milioni di euro per l’anno 2015 – un beneficio a favore delle famiglie numerose.
In particolare, la norma ha lo scopo di contribuire alle spese per il mantenimento dei figli, buoni per l’acquisto di beni e servizi a favore del nucleo familiare.


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Limiti di reddito e condomini

Possono accedere al beneficio in commento i nuclei familiari con un numero di figli minori che sia pari o superiore a quattro.
Quindi, una famiglia con tre figli non può avere i benefici, così come non potrà averli una famiglia con quattro figli di cui uno abbia superato i 18 anni.

Inoltre, la famiglia deve essere in possesso di una situazione economica corrispondente a un valore dell’Isee non superiore a 8.500 euro annui.
La norma, però, ad oggi non è ancora operativa. Un apposito decreto ministeriale dovrà regolamentare l’erogazione del bonus.

Le modifiche all’ISEE

Ricordiamo che, dal 1˚gennaio 2015 tutte le prestazioni sociali, scolastiche e sanitarie agevolate devono essere richieste presentando il nuovo Isee.
L’indicatore della situazione economica equivalente delle famiglie, che fotografa la capacità di spesa in base a reddito, patrimonio e numerosità del nucleo familiare, è stata modificata, dopo 17 anni, dal Decreto “Salva Italia” ed è calcolato ora con un sistema completamente rinnovato.
La modalità di calcolo varia, peraltro, a seconda della prestazione richiesta.

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GRUPPO NOVELLI
siglato il verbale d'accordo
Il giorno 21 Aprile 2015, presso il Ministero dello Sviluppo Economico un'importante incontro riguardante il Gruppo Novelli.
Alla fine dello stesso è stato siglato il verbale di Accordo, che impegna la proprietà, (tramite i suoi rappresentanti) a non porre alcun veto alle iniziative del CDA che non siano condivise da tutte le parti coinvolte, rimuovendo altresì il mandato all' attuale CDA almeno fino al 31 Dicembre 2015.


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CONSIGLIO GENERALE FAI-CISL LATINA
Sermoneta (Latina) 9 aprile 2015
DOCUMENTO FINALE
Direttivo provinciale della Fai Cisl di Latina, riunitosi a Sermoneta (Latina) il 9 aprile 2015, sentita la relazione del Segretario Provinciale Tiziana Priori svolta a nome della segreteria, l'approva insieme ai contenuti del dibattito nel quale è intervenuto il Segretario generale Regionale della Fai del Lazio Ermanno Bonaldo.


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Il Direttivo esprime apprezzamento per il lusinghiero risultato registrato il 31 Marzo a conclusione della campagna del tesseramento nel settore agricolo:

la Fai di Latina ancora una volta registra una significativa crescita di adesioni nonostante gli strutturali fenomeni di lavoro nero che caratterizzano la provincia e che coinvolgono sia i lavoratori immigrati che quelli italiani, già vittime da sempre dall'altro grave fenomeno di un diffuso sottosalario.
Nello stesso tempo il Direttivo manifesta preoccupazione per la pesante crisi economica che in provincia coinvolge da almeno otto anni ogni comparto in cui agisce la rappresentanza della Federazione:
nella grande industria alimentare si ripetono processi riorganizzativi ed esternalizzazioni con effetti pesanti sull'occupazione, con ricorrenti mobilità e crescenti precarizzazioni dei rapporti di lavoro.
Nell'artigianato alimentare i fenomeni di lavoro nero e di sottosalario ormai fanno concorrenza al settore agricolo.
Nel comparto forestale, che in provincia coinvolge i dipendenti del Corpo Forestale di Sabaudia e Fogliano, il grave ritardo del rinnovo del Contratto Nazionale e la dimenticata vertenza per il rinnovo del contratto aziendale stanno determinando una crescente sfiducia verso il sindacalismo confederale e la sua naturale vocazione contrattuale e stanno dando fiato ai sindacati autonomi le cui demagogie risultano spesso fiancheggiate anche da alti Dirigenti nazionali e locali del CFS.
Il Direttivo esorta il Segretario Generale Regionale a farsi promotore di una forte sollecitazione verso la Federazione Nazionale perchè queste due vertenze possano finalmente essere sbloccate.
Nelle PMI alimentari - infine il Direttivo vede altrettanti casi di una inarrestabile crisi che fino ad oggi ha coinvolto migliaia di lavoratori finiti in stato di Disoccupazione, di Mobilità o di Cassa Integrazione spesso promosse arbitrariamente da imprese grazie alla connivenza di alcuni sindacalisti e alla impotenza degli uffici ispettivi preposti.
I comparti che nella nostra provincia sono più esposti a questi fenomeni sono il lattiero caseario, gli oleifici, i frantoi e le aziende della panificazione. Di fronte a problematiche come quelle suddette, il Direttivo condivide quanto richiesto nella relazione del Segretario Provinciale della Cisl di Latina affinchè si faccia promotrice di una rigorosa analisi della crisi economica della Provincia di Latina e dei diffusi fenomeni di illegalità che ne derivano. La Fai a tal fine dovrà dare ogni supporto e garantire il necessario impegno perchè nei comparti della nostra rappresentanza tali fenomeni manifestano i casi più preoccupanti.
Per quanto riguarda il negoziato per il rinnovo del Contratto Nazionale dei Consorzi di Bonifica, il Direttivo auspica una sua ravvicinata conclusione condividendo quanto espresso dalla Fai Nazionale vale a dire che la condizione retributiva e normativa dei dipendenti è funzionale al rilancio di ruolo di detti Enti. Il Direttivo Provinciale - riguardo alla condizione di commissariamento vissuta oggi dalla Federazione Nazionale a causa del fallimento del progetto di unificazione tra Fai e Filca - nel confermare piena fiducia verso la Confederazione e nei confronti del Commissario Luigi Sbarra - auspica che il processo di unificazione tra Fai e Filca possa al più presto riprendere il cammino perchè le sinergie che ne potranno scaturire ad ogni livello sono troppo importanti sia riguardo alla rappresentatività all'interno della Cisl che alle dinamiche del proselitismo:
credere a questo progetto di riforma organizzativa significa prima di tutto credere nella centralità del Territorio, luogo primario in cui un sindacato come la Cisl deve stare e deve tornare perchè il Lavoratore e il Socio sono e restano l'unica ragione del proprio esistere e del proprio agire.
Il Direttivo esprime apprezzamento per la condizione economica e finanziaria della Federazione Provinciale e ne condivide sia la fiducia sul futuro che le positive intenzioni circa il miglioramento degli equilibri tra entrate e uscite. Il Direttivo - riguardo al processo riorganizzativo delle cosidette aree vaste varato dalla USR del Lazio - chiede alla Cisl di Latina e al suo reggente Tommaso Ausili nonchè al Segretario Generale Regionale Ermanno Bonaldo di adoperarsi per un sollecito chiarimento circa le decisioni assunte e le conseguenze attuative che ne debbono scaturire.

Il Direttivo infine chiede alla Segreteria Provinciale di riprendere - anche col sostegno della Federazione Regionale e di quella Nazionale - uno strutturale progetto di formazione sindacale per i Dirigenti, per i Delegati e per gli Operatori:
c'è bisogno di rafforzare non soltanto la competenza tecnica di coloro che hanno il compito di rappresentanza e di tutela degli associati, ma anche di irrobustire le conoscenze degli stessi dei principi fondativi e dei valori identitari della Cisl e della Fai. A tal proposito il Direttivo Provinciale esprime gratitudine al reggente della Cisl di Latina per aver dato alla Fai l'occasione di apprezzare il collega Pierino Ferulli sulla nuova legislazione intorno al Mercato del Lavoro. Ci si augura che la sua lezione possa essere offerta in futuro a tutti i Delegati Rsa Rsu e Sas perchè il protagonismo della Fai nelle aziende scaturisce essenzialmente dalla loro competenza specialmente riguardo a normative sempre nuove e complesse.

Approvato all'unanimità


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UNICO 2015 solo dai CAF
l’Agenzia lo dismette
A partire da quest’anno, con riferimento al modello UNICO 2015, l’Agenzia delle Entrate non effettuerà più il servizio di redazione ed invio della dichiarazione dei redditi. Lo ha annunciato la stessa Agenzia con una nota alle direzioni regionali.
Questo significa che i contribuenti non potranno più recarsi agli uffici locali dell’Agenzia delle Entrate per provvedere alla predisposizione e all’invio invio del modello UNICO ma dovranno obbligatoriamente rivolgersi ad un CAF (Centro Di Assistenza Fiscale) o ad un professionista abilitato, con inevitabili costi aggiuntivi.


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=> Dichiarazione dei Redditi 2015: guida completa

Nonostante il servizio che fino a febbraio l’Agenzia forniva gratuitamente non sia più prenotabile, l’Agenzia delle Entrate smaltirà gli eventuali appuntamenti dei contribuenti già in agenda:

«Qualora poi nell’agenzia CUP risultassero già prenotati per i prossimi giorni alcuni appuntamenti riguardanti il servizio compilazione e invio delle dichiarazioni, si dovrà procedere soltanto a erogare l’assistenza relativa alla compilazione della dichiarazione, ma non potrà curarsi la trasmissione della dichiarazione che rimarrà onere del contribuente».

=> Dichiarazione redditi precompilata: compensi a CAF


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La Fai Cisl di Latina, vi augura una buona Pasqua e ci tiene ad informare i suoi iscritti e il pubblico che gli uffici resteranno chiusi da oggi 3 Aprile 2015 alle ore 15.00 e riapriranno al pubblico il 7 Aprile 2015 alle ore 9.00 .
Tanti auguri per una serena Pasqua da parte del Segretario Generale Priori Tiziana e tutti i dipendenti della Fai Cisl Provinciale di Latina.

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Imprese agricole: credito d’imposta per investimenti
Per avviare un’impresa agricola occorrono una forte determinazione da parte del neo imprenditore e una valida idea realizzabile, oltre che una base economica costituita anche da incentivi e finanziamenti. A tal proposito è stato studiato un credito d’imposta concesso alle imprese agricole, agroindustriali e ittiche per incentivare il potenziamento del commercio elettronico e lo sviluppo di nuovi prodotti, reso operativo grazie al decreto del Ministero delle Politiche Agricole pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 27 febbraio.

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Beneficiari
Beneficiari del credito d’imposta sono le singole imprese, anche se costituite in forma cooperativa o riunite in consorzi, titolari di un reddito d’impresa o agrario, che producono prodotti agricoli, della pesca e dell’acquacoltura, aderenti a un contratto di rete già costituito al momento della presentazione della domanda, come anche le piccole e medie imprese che producono prodotti agroalimentari, della pesca e dell’acquacoltura anche riunite in rete (le aggregazioni devono essere formate, pena l’inammissibilità, da più imprese fra loro indipendenti).

Tipologia di spesa
Sono agevolabili le spese sostenute per nuovi investimenti compresi in un programma comune di rete e realizzati successivamente all’entrata in vigore del decreto, nonché per lo sviluppo di nuovi prodotti, pratiche, processi e tecnologie. I costi devono riguardare:
- attività di consulenza e assistenza tecnico-specialistica prestata da soggetti esterni all’aggregazione in rete;
- materiali per la costruzione, acquisizione o miglioramento di beni immobili e attrezzature;
- tecnologie e strumentazioni hardware e software funzionali al progetto di aggregazione in rete;
- ricerca e sperimentazione;
- acquisizione di brevetti, licenze, diritti d’autore e marchi commerciali;
- formazione dei titolari d’azienda e del personale dipendente;
- promozione sul territorio nazionale e sui mercati internazionali dei prodotti della filiera;
- comunicazione e pubblicità.

Entità incentivi
Il credito d’imposta è pari al 40% delle spese nel limite dei 400mila euro dell’importo degli investimenti in rete realizzati in ciascuno dei periodi agevolabili, in riferimento alle piccole e medie imprese operanti nella produzione, trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli (questa soglia è ridotta a 200mila euro per le PMI per le quali non ricorrano le condizioni precedentemente indicate). Per il 2015 i crediti d’imposta sono riconosciuti nel limite massimo di 12 milioni di euro mentre per il 2016 di 9 milioni di euro. Nel caso in cui l’ammontare dei crediti d’imposta complessivamente spettanti alle imprese risulti superiore alle somme stanziate, le risorse saranno ridotte proporzionalmente.

Domande
Possono presentare le domande le imprese che partecipano al contratto di rete, tramite l’impresa capofila, inoltrandole al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali nel periodo compreso tra il 20 e il 28 febbraio dell’anno successivo a quello di realizzazione degli investimenti. Nella domanda (con allegata la copia del contratto di rete) deve essere indicato:
- codice di attività prevalente dichiarata da ciascuna impresa ai fini IVA;
- tipo di impresa (PMI o grande impresa);
- costo complessivo per ciascuna impresa degli investimenti e l’ammontare delle singole spese ammissibili;
- effettività delle spese sostenute e della destinazione di tali spese per la realizzazione del programma comune di rete.

Accettazione
Il Ministero, entro sessanta giorni dal termine di presentazione delle domande, comunica all’impresa capofila il riconoscimento (con l’importo del credito effettivamente spettante a ciascuna impresa) o il diniego dell’agevolazione. Contestualmente trasmette all’Agenzia delle Entrate l’elenco delle imprese che possono fruire dell’agevolazione e il relativo credito concesso. Il credito d’imposta deve essere indicato in dichiarazione dei redditi ed è utilizzabile esclusivamente in compensazione.

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I tempi della politica non sono compatibili con l'aumento dei disoccupati, dei giovani esclusi dal lavoro, dei nuovi poveri. Dopo sette anni di crisi, servono risposte certe, immediate e concrete.
Il rischio è alimentare il conflitto sociale che è già a livelli di guardia.
La crescita deve ripartire!


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La Cisl ritiene necessario il rafforzamento dei redditi dei lavoratori e dei pensionati e la ripresa dei consumi e della crescita.
Per questi motivi offre il suo contributo fattivo con un progetto di legge di iniziativa popolare che spinga il Governo ad adottare una riforma del sistema fiscale per cambiare il Paese. Ecco i punti salienti della proposta.

BONUS 1000 EURO

La Cisl propone l'introduzione di un bonus di 1.000 euro annui per tutti i contribuenti con reddito individuale fino a 40.000 euro e un bonus di ammontare ridotto e, via via, decrescente per chi ha redditi compresi fra 40.000 e 50.000 euro!!

NUOVO ASSEGNO FAMILIARE

Ripensare il fisco per la famiglia con una maggiore equità distributiva e l'introduzione di un nuovo strumento che superi, accorpandoli, gli attuali assegni familiari e le detrazioni per i figli e per il coniuge a carico, attraverso un nuovo sistema di detrazioni d'imposta che cresca al crescere dei carichi familiari e si riduca all'aumentare del reddito.

FISCALITÀ LOCALE AL SERVIZIO DEL CITTADINO

È indispensabile una nuova regolazione delle imposte e tasse locali che preveda un tetto complessivo di tassazione, collegando più chiaramente ciò che si paga alla fruizione dei servizi sul territorio.
All'aumentare della fiscalità locale il cittadino deve ottenere una corrispondente riduzione del prelievo fiscale nazionale.

UN'IMPOSTA SULLA GRANDE RICCHEZZA NETTA

Una grande operazione redistributiva di ricchezza a favore di chi lavora, dei pensionati e delle aree sociali medio-basse per correggere le disuguaglianze.
La concentrazione della ricchezza mobiliare e immobiliare è aumentata in modo esponenziale mentre il lavoro è sempre più tassato.
Va introdotta un'imposta ordinaria sulla grande ricchezza netta che cresca al crescere della ricchezza mobiliare e immobiliare complessiva, con esclusione delle prime case e dei titoli di Stato.

RIDURRE L'EVASIONE FISCALE

L'evasione comporta minori entrate per oltre 180 miliardi di euro l'anno e un maggiore carico su chi le tasse le paga. Bisogna rafforzare le sanzioni amministrative e penali, aumentare i controlli, migliorare la tracciabilità dei pagamenti e l'utilizzo delle carte di credito (senza costi aggiuntivi per le famiglie), introdurre meccanismi di contrasto di interesse che consentano a chi compra di portare in detrazione la relativa spesa, facendo emergere il fatturato oggi occultato.

=>RACCOLTA FIRME


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IMU agricola: esenzioni e nuove scadenze
Pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge 19/2015, di conversione del decreto legge 4/2015, sull’IMU agricola che stabilisce l'esenzione dall'imposta relativa all'anno 2014 per i terreni totalmente montani e sposta al 31 marzo il termine per saldarla negli altri casi. Ultimo giorno, quindi, per versare l'[ fcp://@fc.cisl.it,%231010687/Mailbox/_blanke sull'IMUt/tag/imu ]IMU 2014 sui terreni agricoli, scadenza originariamente fissata per il 10 febbraio 2015. Chi effettuerà il versamento entro il 31 marzo 2015 non dovrà aggiungere al tributo sanzioni o interessi.

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Chi deve pagare
Ricordiamo che per il 2014 sono esenti i proprietari di terreni situati:
· nei Comuni montani;
· nei Comuni parzialmente montani posseduti e condotti da coltivatori diretti e IAP;
· nei Comuni la cui altezza è superiore ai 600 metri o 281 se posseduti e condotti da coltivatori diretti a imprenditori professionali (le due categorie esenti in base al decreto dello scorso novembre).

Il terreno deve essere posseduto e anche direttamente condotto dal coltivatore diretto o imprenditore per ricadere nei casi di esenzione oppure, caso regolamentato dal comma 2 dell’articolo 1 del decreto, può essere concesso in comodato o in affitto. In tutti gli altri casi l'IMU è dovuta.

Solo per il 2014 sono esentati dal versamento dell’IMU sui terreni agricoli anche coloro che non hanno i requisiti fissati dal nuovo dl 4/2015 ma che risultavano esenti in base alle vecchie regole dettate dal decreto ministeriale del 28 novembre scorso.

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Modifica alla legge 104/1992
permessi ai lavoratori che assistono familiari con handicap grave
Modificato l’art. 33 della legge 104/1992 relativo ai permessi ai lavoratori che assistono familiari con handicap grave.
Le modifiche riguardano non solo i dipendenti pubblici ma anche quelli del settore privato.
Vediamo quali sono le modifiche.


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Viene sostituito il terzo comma dell’art. 33 legge 104/1992 che definisce i beneficiari dei permessi. Per cui in mancanza di ricovero della persona con handicap grave da assistere, possono godere dei tre giorni di permesso mensile retribuiti e coperti da contributi:

- il genitore;

- il coniuge;

- il parente o l’affine entro il secondo grado, ad esempio i nonni ed i nipoti, i fratelli o sorelle.

I parenti ed affini di terzo grado, zii e bisnonni, possono godere dei permessi lavorativi solo ad una delle seguenti condizioni:

a) quando i genitori o il coniuge della persona con handicap sono deceduti o mancanti; il termine “mancanti” è molto ambiguo e si presta alle più diverse interpretazioni.

b) quando i genitori o il coniuge della persona con handicap abbiano più di 65 anni oppure siano affetti da patologie invalidanti.

La modifica non prevede più il requisito dell’assistenza esclusiva e continuativa, prima richiesto, nel caso il lavoratore non sia convivente con la persona con disabilità.

Ne deriva che ora non è necessaria più l’assistenza continua e di conseguenza la convivenza con la persona disabile.
Chi finora ha potuto usufruire dei permessi in base alla normativa precedente si vedrà presto revocare le agevolazioni concesse.
Nel caso dei genitori con bambini di età inferiore ai tre anni le disposizioni precedenti rimangono invariate:

a loro spettano due ore di permesso giornaliero o il prolungamento dell’astensione facoltativa di maternità fino al terzo anno di vita del bambino.
Ad esse si aggiunge ora anche la possibilità di fruire dei permessi articolati intre giorni.
Inoltre, ai genitori, il nuovo testo chiarisce che entrambi possono servirsi, alternativamente, dei permessi anche all’ interno dello stesso mese.

Il 5° comma dell’art. 33 prevede che il lavoratore che assiste un familiare conhandicap grave ha il diritto di scegliere, qualora sia possibile, la sede più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso.
Il nuovo testo indica, a proposito del domicilio, quello della persona da assistere, e non più il proprio domicilio.

Il settimo comma dell’articolo 33 della Legge 104 aumenta la possibilità di effettuare controlli sulle condizioni richieste per fruire dei permessi lavorativi.
Viene chiarito che il datore di lavoro e l’INPS possono effettuare dei controlli volti ad constatare se l’assistenza al familiare disabile sia effettiva nei giorni in cui si sono richiesti i permessi lavorativi.
C’è però da dire che tale controllo di merito è alquanto insostenibile, essendo stato abrogato il requisiti della “continuità ed esclusività” dell’assistenza.
Nel caso in cui, dai controlli, si accerti l’insussistenza delle condizioni, il diritto ai benefici decade e si verificano i presupposti per un’azione disciplinare.

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Disoccupazione ASpI e Mini-ASpI
sospensione, cumulo e decadenza
Effetti sulle indennità di disoccupazione ASpI e mini-ASpI di un nuovo lavoro, i tre casi possibili:
sospensione, cumulo, decadenza, il messaggio INPS.Ecco in quali casi la disoccupazione ASpI o la mini ASpI possono cumularsi con un nuovo lavoro, oppure essere sospese, o ancora decadono perché si considera cessato lo stato di disoccupazione:
tutti i chiarimenti sono forniti dall’INPS, con messaggio 2028 del 19 marzo 2015.

Leggi tutto

Vediamo cosa prevede, ricordando che ASpI e mini ASpI dal prossimo primo maggio saranno sostituite dalla nuova NASpI, introdotta dal decreto Ammortizzatori Sociali attuativo del Jobs Act. In pratica, l’INPS analizza nel dettaglio quali sono gli effetti sulle indennità di disoccupazione ASpI e mini ASpI di un nuovo contratto subordinato.

=> Riforma ammortizzatori: differenze fra ASpI e NASpI ASpi

Per quanto riguarda l’assicurazione per l’impiego ASpI, Vengono presentati tre diversi casi, eccoli:

un assicurato, in corso di fruizione dell’indennità, si rioccupa con rapporto di lavoro subordinato per un periodo pari o inferiore a sei mesi e con reddito superiore al minimo escluso da imposizione fiscale (8mila euro all’anno rica):
si applica la sospensione della prestazione ASpI con le modalità di cui al comma 15 dell’art. 2, legge n. 92 del 2012 (quindi, fino a un massimo di sei mesi);

l’assicurato si rioccupa con rapporto di lavoro subordinato per un periodo superiore a sei mesi, sempre con reddito superiore al minimo escluso da imposizione: decade dalla prestazione perché perde lo stato di disoccupazione (ai sensi del combinato disposto dalla lettera a, comma 1, dell’articolo 4 del d.lgs. 181 del 2000, e dell’articolo 2, comma 40, lettera a, della legge 92 del 2012);

l’assicurato si rioccupa con rapporto di lavoro subordinato per un periodo inferiore, pari o superiore a sei mesi o con rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ma con reddito annuale inferiore al minimo escluso da imposizione, con conseguente conservazione dello stato di disoccupazione: in questo caso, il lavoratore continua a percepire l’ASpI, che viene ridotta in misura che dipende dallo stipendio, applicando l’articolo 2, comma 17, della legge 92/2012.
Il lavoratore è tenuto a comunicare all’INPS il reddito annuo previsto entro un mese dall’assunzione.
Se non lo fa, perde il diritto al cumulo, e se il contratto dura meno di sei mesi si applica la sospensione è dell’ASpI, se è superiore interviene la decadenza.

Mini-ASpI

Per quanto riguarda la mini-ASpI, le regole sono le seguenti:

un assicurato, in corso di fruizione della mini-ASpI, si rioccupa con contratto subordinato per un periodo pari o inferiore a cinque giorni e con reddito annuale superiore al minimo escluso da imposizione: viene sospesa la mini-ASpI per un massimo di cinque giorni (comma 23, articolo 2, legge 92/2012);

l’assicurato si rioccupa con rapporto subordinato per più di cinque giorni e con reddito annuale superiore al minimo escluso da imposizione: decade dalla prestazione, perché termina lo stato di disoccupazione;

l’assicurato si rioccupa con rapporto di lavoro subordinato per un periodo inferiore, pari o superiore a cinque giorni, o con rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ma con reddito annuale inferiore al minimo escluso da imposizione, con conseguente conservazione dello stato di disoccupazione: continua a percepire la mini-ASpI, ridotta a seconda della retribuzione che percepisce. Anche qui, deve comunicare all’INPS entro un mese dall’assunzione il nuovo lavoro.

=> Leggi anche la Guida alla trasformazione ASpI in mobilità

ASpI e part-time

Se il lavoratore con due contratti di lavoro part-time cessa da uno dei due rapporti di lavoro con modalità che danno diritto all’ indennità, e percepisce uno stipendio (relativo al contratto ancora in essere), inferiore al minimo per l’imposizione fiscale, può presentare domanda di ASpI o mini-ASpI, cumulando l’indennità con il reddito.


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Fusione tra Kraft e Heinz
nasce il quinto maggiore gruppo alimentare
Dopo le indiscrezioni arriva la conferma ufficiale: nasce un maxi gruppo dell'alimentare visto che il fondo brasiliano 3G Capital chiude la trattativa per acquistare il gruppo Kraft e poi fonderlo con la Heinz, nota soprattutto per la produzione di ketchup.

I due colossi hanno annunciato la loro intenzione di fondersi per creare il terzo gruppo del food&beverage in Nord America e il quinto nel mondo.

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La nuova società post fusione si chiamerà The Kraft Heinz Company, avrà il suo quartier generale a Pittsbugh, negli Stati Uniti, e dovrebbe raggiungere ricavi per 28 miliardi di dollari, con otto marchi capaci di raggiungere un fatturato di oltre 1 miliardo e cinque tra i 500 milioni e il miliardo di dollari.

L'operazione prevede una transazione in azioni e cash, con gli azionisti di Kraft che riceveranno un dividendo speciale in cash da 16,50 dollari per azione al closing e una partecipazione complessiva del 49% nella nuova società. Berkshire Hataway, la finanziaria di Warren Buffett, e 3G Capital investiranno ulteriori 10 miliardi di dollari nella Kraft Heinz Company, con gli attuali soci di Heinz che avranno in totale il 51% del gruppo post fusione.

"Sono contentissimo - ha commentato Buffett - di svolgere un ruolo nel portare queste due compagnie vincenti a fondere i loro marchi iconici. Questo è il tipo di operazioni che piacciono a me: unire due mondi e due organizzazioni di livello per creare valore per gli azionisti, sono emozionato dalle opportunità che si aprono".

Kraft e Heinz ritengono che dalla fusione si potranno ottenere "significative opportunità di sinergie"con una crescita organica forte in Nord America, così come a livello globale.
Kraft Heinz Company, sottolineano le società, "è pienamente impegnata a mantenere un rating invesment grade" e il livello del dividendo corrente di Kraft non sarà toccato.
"Insieme avremo alcuni tra i più rispettati e riconosciuti marchi dell'industria alimentare globale - ha dichiarato il presidente e ceo di Kraft, John Cahill - creeremo un futuro ancorqa più radioso".
Il ceo di Heinz, Bernardo Hees, ha spiegato che "siamo entusiasti delle opportunità uniche di questa fusione, si creerà una società per i consumatori di tutto il mondo, per i nostri dipendenti e per i partner commerciali".

I brasiliani, guidati da Jorge Paulo Lemann, avevano acquistato Heinz un paio d'anni fa in tandem con la Berkshire Hathaway del guru Warren Buffett.

In una seconda operazione, lo stesso oracolo di Omaha ha finanziato l'acquisizione della catena canadese di ciambelle Tim Hortons da parte di Burger King, di proprietà di 3G.
Un'operazione multimiliardaria dai risvolti fiscali (favorevoli) per la catena degli hamburger.

Questi affari in comune avevano spinto l'attesa per nuove mosse della coppia Buffett-Lemann.
Lo stesso finanziere aveva spiegato nella sua lettera agli investitori che avrebbero dovuto aspettarsi novità.
La Kraft attuale nasce dallo spin-off della Mondelez, che ha mantenuto al suo interno tutta la parte degli snack, nell'ottobre 2012.
Kraft ha acquisito nel 2010, attraverso un'operazione ostile, la Cadbury (sulla quale aveva messo gli occhi anche Ferrero), ma dovette cedere allora i marchi della pizza per finanziare l'operazione. Una scelta che Buffett, da lungo corso azionista di Kraft, ha criticato.


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Dichiarazione dei redditi congiunta
cambiano le regole
I coniugi che scelgono la dichiarazione dei redditi congiunta devono presentare il 730 precompilato tramite CAF, professionista o sostituto d'imposta: le nuove regole.


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Ci sono una serie di chiarimenti destinati ai coniugi che nel 2014 hanno presentato la dichiarazione dei redditi congiunta nella circolare dell’Agenzia delle Entrate dedicata alle FAQ, le domande più frequenti, sul modello 730/precompilato

innanzitutto, non riceveranno il modello in forma congiunta, ma due diverse dichiarazioni dei redditi precompilate, nel caso in cui entrambi abbiano i requisiti per rientrare nella platea dei destinatari della dichiarazione precompilata.

=> Modello 730/2015: le nuove FAQ del Fisco

Dichiarazione congiunta

Se i due intendono comunque presentare la dichiarazione dei redditi congiunta, devono rivolgersi al sostituto che presta assistenza fiscale, al CAF o al professionista abilitato.
In pratica, almeno per questo primo anno sperimentale, non possono presentare il modello 730 precompilato direttamente all’Agenzia delle Entrate, possibilità che invece è riconosciuta per le dichiarazioni singole.

Dichiarazione “modificata”

Nel caso in cui si presenti il 730 precompilato in forma congiunta, la dichiarazione va sempre considerata come “modificata“.
La precisazione è importante, perché come è noto il contribuente che presenta la dichiarazione singolarmente può decidere di accettarla così come la riceve dal Fisco, e in questo caso, c’è la sicurezza di non essere sottoposti a controlli, nemmeno quelli preventivi nel caso in cui ci siano detrazioni per carichi di famiglia o eccedenze d’imposta con rimborso superiore ai 4 mila euro.

=> Modificate le istruzioni del 730 precompilato

Il motivo per cui la dichiarazione dei redditi congiunta è sempre da considerarsi come “modificata”, spiega l’Agenzia, è che il prospetto di liquidazione finale sarà certamente variato rispetto a quelli relativi alle dichiarazioni dei singoli coniugi.
Per la compilazione delle caselle del prospetto di liquidazione, sempre nel caso di presentazione in forma congiunta, ci sono istruzioni specifiche.

Istruzioni per CAF e professionisti

Nel caso in cui l’assistenza fiscale sia prestata dal CAF o professionista:

> Se risulta disponibile la dichiarazione precompilata del dichiarante o del coniuge o di entrambi va barrata la casella “Dichiarazione Precompilata – Modificata”;

> Se non c’è dichiarazione precompilata né del dichiarante né del coniuge va barrata la casella “Dichiarazione precompilata non presente“;

> Se il dichiarante o il coniuge o entrambi non hanno delegato il CAF o il professionista all’ accesso alla dichiarazione precompilata va barrata la casella “Sostituto, CAF o professionista non delegato“.

=> Il sito web sul 730 precompilato: i passi da seguire

Istruzioni per sostituti d’imposta

Per l’assistenza prestata dal sostituto d’imposta:

> Se risulta disponibile la dichiarazione precompilata del dichiarante va barrata la casella “Dichiarazione Precompilata–Modificata“;

> Se non risulta disponibile la dichiarazione precompilata del dichiarante va barrata la casella “Dichiarazione precompilata non presente“;

> Se il dichiarante non ha delegato il sostituto all’accesso alla dichiarazione precompilata va barrata la casella “Sostituto, CAF o professionista non delegato“.


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NUOVI REQUISITI
per la pensione dal 2016
Quattro mesi in più di età pensionabile a partire dal 2016 per l'adeguamento alle speranze di vita:
nuovi requisiti e calcoli per la pensione di anzianità, anticipata, e di vecchiaia.
Aumentano dal 2016 i requisiti per andare in pensione, in attuazione dell’adeguamento alle speranze di vita, con quattro mesi in più di età e un adeguamento di 0,3 punti per chi ancora si ritira con il sistema delle quote:
la circolare INPS 63 del 20 marzo 2015 spiega nel dettaglio tutti i requisiti per le pensioni delle varie categorie di lavoratori (uomini o donne, dipendenti o autonomi).


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Il riferimento normativo è il decreto ministeriale del 16 dicembre 2014, in attuazione dell’articolo 12, comma 12 bis, del decretolegge 7/2010.
Vediamo con precisione come si alza dal primo gennaio 2016 l’età pensionabile per le pensioni di vecchiaia, di anzianità, e per la pensione anticipata.

=> Pensioni: guida alle riforme 2015

Pensione di vecchiaia

Le regole generali per l’accesso alla pensione di vecchiaia sono quelle previste dalla Riforma Fornero, articolo 24 Dl 201/2011, armonizzata con l’adeguamento alle speranze di vita.
Se il primo accredito contributivo è successivo al primo gennaio 1996, si applica il requisito anagrafico previsto dall’art. 24, comma 11, della Riforma Fornero, per cui l’accesso alla pensione anticipata con almeno 20 anni di contributzione effettiva e il rispetto delle soglie minime è pari, dal primo gennaio 2016, a 63 anni e 7 mesi.

=> INPS: come ottenere la pensione anticipata piena

Pensione di anzianità (quote)

- Bisogna aggiungere tre punti decimale alle quote (formate da età anagrafica + anzianità contributiva) previste dalla legge 243/2004.
Quindi, per coloro che possono ancora andare in pensione con il sistema delle quote, a partire dal primo gennaio 2016 i requisiti sono 35 anni di contributi a cui si aggiunge un’età anagrafica di 61 anni e 7 mesi per i dipendenti, con raggiungimento di quota 97,6, e un’età di 62 anni e 7 mesi per gli autonomi, con raggiungimento di quota 98,6. Le modalità di calcolo della quota non cambiano.

Ecco alcuni esempi:

- verifica dell’età effettuata il 31 ottobre 2016 per un lavoratore dipendente nato il 20 marzo 1955:
61 anni e 225 giorni, quindi 61,616 anni.
- Anzianità contributiva (sempre al 31 ottobre 2016) pari a 1877 settimane, quindi 36,096 anni.
- La somma tra età e anzianità contributiva al 31 ottobre 2016 è pari a 97,712. Quindi, è superata quota 97,6 e sono rispettati i requisiti minimi di 61 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contribuzione;
- verifica dell’età al primo dicembre 2016 per un lavoratore autonomo nato il 20 marzo 1955: l’età è di 61 anni e 256 giorni, pari a 61,701 anni.
- L’anzianità contributiva è di 35 anni, 10 mesi e 24 giorni, quindi di 35 anni e 324 giorni pari a 35,900.
- La somma delle due cifre relative a età anagrafica e anzianità contributiva è 97,601.
E’ quindi raggiunto il diritto alla pensione essendo superata quota 97,6, con il possesso dei requisiti minimo di 61 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contribuzione.

- Restano fermi i diversi calcoli (previsti nella circolare INPS) relativi a personale delle Forze Armate, forze di polizia e vigili del fuoco, Comparto Sicurezza, Difesa e Pronto soccorso, ai vigili del fuoco.

(Fonte: circolare INPS 63/2015).

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10 APRILE 2015
Consiglio Generale Fai-Cisl Latina
Cari Amici,

è convocato per il giorno 9 Aprile 2015 alle ore 9.00 il Consiglio della Fai Cisl di Latina presso il Ristorante la Catena, via della Catena 1-B.go Tufette, Sermoneta. Tel 0773/319119.

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Con il seguente ordine del giorno:

> Approvazione Bilancio Preventivo 2015

> Approvazione bilancio Consuntivo 2014

Il Direttivo prosegue i lavori in sessione di studio con la partecipazione del collega Pierino Ferulli dell'Usr Lazio, che illustrerà la nuova normativa sulla Legge di Stabilità e Jobs Act.


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Fmi
con il sindacato più debole, i ricchi saranno sempre più ricchi
Criticati da destra e da sinistra, chiusi fuori dalla porta dal governo e alle prese con centinaia di crisi aziendali, i sindacati trovano un alleato inatteso nel Fondo monetario internazionale.

Secondo un articolo di due economiste del Fondo, Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron, il calo degli iscritti ai sindacati spiega metà dell'aumento di 5 punti della concentrazione del reddito nelle mani del 10% più ricco della popolazione, nelle economie avanzate, tra il 1980 e il 2010.


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"L'indebolimento dei sindacati riduce il potere contrattuale dei lavoratori rispetto a quello possessori di capitale, aumentando la remunerazione del capitale rispetto a quella del lavoro" e porta le aziende ad assumere decisioni che avvantaggiano i dirigenti, per esempio sui compensi dei top manager, affermano Jaumotte e Osorio anticipando i risultati della ricerca sulla rivista dell'Fmi 'Finance & Development'.

Lo studio esamina diverse misure dell'iniquità (dalla quota di reddito del 10% più ricco della popolazione all'indice di Gini) per tutti i paesi ad economia avanzata per cui sono disponibili informazioni. E anche considerando il ruolo della tecnologia, della globalizzazione, della liberalizzazione finanziaria e del fisco, dimostra che "il declino della sindacalizzazione è fortemente associato con l'aumento della quota di reddito" in possesso dei ricchi.

Questa maggiore iniquità, secondo recenti studi, può portare a una crescita minore e meno sostenibile ed essere nociva per la società "perché consente ai più ricchi di manipolare in proprio favore il sistema economico e politico", come è emerso anche da una ricerca del premio Nobel per l'Economia, Joseph Stiglitz.

L'articolo, intitolato 'Power from the people' sulla falsa riga di una canzone di John Lennon, rappresenta una svolta rispetto al tradizionale approccio liberista del Fondo monetario, come sottolinea il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo: pure "il Fondo Monetario Internazionale, istituzione al di sopra di ogni sospetto, riconosce il ruolo positivo del sindacato nelle società moderne. Tutto ciò rafforza il nostro convincimento a lottare, tra mille opposizioni, innanzitutto per difendere il potere d'acquisto di salari e pensioni", dice Barbagallo.

"Penso che lo studio di Jaumotte e Osorio debba far riflettere i tanti sostenitori dell'inutilità della mediazione politica, economica e sociale svolta dai corpi intermedi", rilancia la leader della Cgil, Susanna Camusso, che rimarca come "quando il sindacato è presente i risultati in termini di protezione economica sono molto maggiori di qualsiasi altro strumento, sia esso il reddito di cittadinanza o il salario minimo deciso dalla politica".
"Il dialogo sociale - conclude il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan - è oggi un elemento indispensabile da salvaguardare e promuovere, per assicurare una partecipazione democratica e uno sviluppo inclusivo e sostenibile dell'intero sistema".



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Assunzioni agevolate 2015
80% stabilizzazioni
Sono 275 mila i nuovi assunti grazie alla decontribuzione introdotta dal Jobs Act per le assunzioni agevolate, ma l'80% sono stabilizzazioni:
i dati della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro.

La decontribuzione prevista in caso di stipula di contratti di lavoro a tempo indeterminato, prevista dalla recente Legge di Stabilità, non ha prodotto esattamente gli effetti sperati.


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Più in particolare, piuttosto che di vere e proprie assunzioni agevolate con aumenti occupazionali, si tratta di stabilizzazioni:
l’80% dei datori di lavoro ha infatti beneficiato degli sconti contributivi per stabilizzare lavoratori con contratto a progetto e solo un 20% ha stretto nuovi rapporti di lavoro.
Dunque, per ora, non si è ottenuto l’incremento occupazionale sperato.

=> Come ottenere l’esenzione contributiva assunzioni agevolate

Secondo quanto emerso dai dati relativi ai primi due mesi del 2015 diffusi dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, le persone assunte a tempo indeterminato con gli sgravi contributivi previsti dalla legge di Stabilità sono state 275.000.
I dati confermano quelli diffusi dall’INPS:

a presentare richiesta di decontribuzione introdotta dal Jobs Act per le assunzioni agevolate sono state 76 mila imprese.

=> Assunzioni agevolate in 76mila imprese

Il presidente della Fondazione, Rosario De Luca, spiega:

«A fronte di 76.000 aziende che hanno richiesto il codice di autorizzazione per godere dell’esonero contributivo triennale sono circa 275.000 i lavoratori che sono stati assunti con il contratto di lavoro a tempo indeterminato nel periodo gennaio e febbraio 2015 dai Consulenti del Lavoro.

Di questi, circa l’80% sono stabilizzazioni di collaborazioni a progetto, contratti a termine e partite IVA.
Mentre un altro 20% riguarda nuove assunzioni e dunque incrementi occupazionali».

(Fonte: Consulenti del Lavoro).

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Dipendente quasi in pensione
ecco quando è licenziabile
In caso di riorganizzazione aziendale è legittimo il licenziamento del dipendente prossimo alla pensione.
Ad affermarlo è stata la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro Civile con la sentenza n. 4177/2015.

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Questo perché nel corso di una procedura di riorganizzazione aziendale che preveda dei licenziamenti è legittimo stabilire dei criteri volti ad individuare i lavoratori da licenziare.
Tra questi è possibile optare per quelli prossimi alla pensione. Il caso riguardava una procedura di riduzione del personale ai sensi della L. n. 223 del 1991 in occasione della quale un dipendente aveva impugnato il licenziamento.

=> Jobs Act, licenziamenti collettivi e reintegro

La Corte ha chiarito che, in materia di licenziamenti collettivi per riduzione del personale, è insindacabile la sussistenza dei presupposti fattuali del licenziamento, salvo intenti elusivi.
Viene inoltre ricordato che:

“Il licenziamento collettivo non richiede necessariamente una crisi aziendale e neppure un ridimensionamento strutturale, ma è possibile anche solo con riduzione della forza lavoro (comportando un radicale mutamento del controllo di legittimità, da un sindacato ex post basato sull’effettivo ridimensionamento dell’impresa, ad un controllo ex ante devoluto innanzitutto alle oo.ss. ed ai soggetti pubblici ivi indicati, Cass. n.5089\09)”.

=>Ticket licenziamenti, rivalutazione 2015

Il giudice dovrà valutare, ai fini della legittimità del licenziamento collettivo, la completa indicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare e la loro corretta applicazione nel caso di specie.
(Fonte: sentenza n. 4177/2015 – Corte di Cassazione).


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Pensioni integrative
anticipo di 10 anni
se si rimane senza lavoro da oltre 24 mesi
Una norma inserita nel disegno di legge sulla concorrenza prevede la possibilità di ottenere la pensione integrativa dieci anni prima di quella pubblica.
In caso di disoccupazione sarà piu' facile ricorrere alla pensione integrativa.


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Lo stabilisce l'art. 15 DDL sulla concorrenza che, modificando il dlgs n. 252/2005 intende ridurre da 48 a 24 mesi la durata dell'inoccupazione che consente di avere la liquidazione anticipata della rendita del fondo;
inoltre il ddl fissa l'asticella dell'età per accedere alla rendita integrativa dieci anni prima (oggi cinque) di quella prevista per la pensione pubblica.
Non solo;
In caso di licenziamento o di dimissioni l'aderente potrà esercitare piu' agevolmente il riscatto dell'intera posizione maturata.

Il ddl concorrenza, inoltre, elimina i vincoli dei contratti collettivi alla portabilità della posizione contributiva tra i fondi pensione e allarga la platea dei partecipanti ai fondi con contribuzione definita.

Portabilità piu' semplice:

Il diritto di portabilità è la facoltà, riconosciuta a tutti i lavoratori iscritti a un fondo pensione, di trasferire la propria, posizione individuale maturata in altro fondo pensione, esercitabile dopo che sia trascorso il periodo minimo di permanenza (nel fondo dal quale ci si intende trasferire) di due anni. Oggi, tra l'altro, è previsto che, in caso di esercizio di tale facoltà, il lavoratore ha diritto al versamento del tfr maturando, nonché dell'eventuale contributo a carico del datore di lavoro «neí limiti e secondo le modalità stabilite dai contratti o accordi collettivi, anche aziendali».
Il ddl concorrenza elimina l'ultimo periodo indicato, con l'effetto di cancellare ogni possibile condizionamento da parte della contrattazione collettiva alla portabilità (cosa che avveniva in particolare in presenza di fondi pensione chiusi e/o aziendali).

Concorrenza tra Fondi:

Il ddl concorrenza amplia la platea dei soggetti che possono iscriversi ai fondi pensione che operano con il principio della contribuzione definitiva (sono i fondi per i quali il lavoratore sa quanto paga, ma non sa quanto sarà la pensione).
Nel dettaglio, la nuova norma stabilisce che è possibile per questi fondi pensione prevedere l'adesione collettiva o individuale «di soggetti aderenti a una o più categorie di cui all'art. 2, comma 1», vale a dire dipendenti, pubblici e privati; parasubordinati; lavoratori autonomi e liberi professionisti; soci di cooperative; casalinghe.


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Progetto
Home Care Premium
assistenza domiciliare
Il progetto Home Care Premium mira a valorizzare l'assistenza domiciliare per le persone disabili e non autosufficienti, attraverso un contributo "premio" finalizzato alla cura a domicilio di tali soggetti.
È inoltre previsto un ulteriore percorso assistenziale, che consiste in un intervento economico per i soggetti non autosufficienti residenti presso strutture residenziali o per i quali sia valutata l'impossibilità di assistenza domiciliare.

Attualmente il soggetto partner individuato è l'ambito territoriale sociale (Ats).

Il patronato non è un soggetto abilitato alla trasmissione delle domande, ma può fornire al cittadino tutte le informazioni necessarie per accedere ai servizi messi a disposizione dall’istituto previdenziale.


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Beneficiari

1)I soggetti che possono usufruire del servizio sono:
2)I dipendenti o i pensionati Inps gestione dipendenti pubblici;
3)I coniugi conviventi;
4)I familiari di 1° grado, i giovani minori orfani di dipendenti iscritti alla gestione unitaria per il credito e/o Enam e di utenti pensionati pubblici.

Sono equiparati ai figli, i giovani minori regolarmente affidati e nipoti minori con comprovata vivenza a carico del titolare del diritto.
I nipoti minori sono equiparati ai figli se conviventi e a carico del titolare del diritto.


Domande

Per procedere alla compilazione della domanda occorre essere iscritti alla banca dati, o fare richiesta di iscrizione tramite il modulo "Iscrizione in banca dati" nella sezione “modulistica” del sito Inps.

La richiesta deve essere presentata esclusivamente per via telematica, accedendo dalla home page del sito www.inps.it, seguendo il percorso:

- Servizi on line

- Servizi ex Inpdap.

Con l’accesso all'area riservata è possibile effettuare le successive scelte o per area tematica o per ordine alfabetico.

La procedura per l'acquisizione delle domande sarà attiva dalle ore 12:00 del 2 febbraio 2015 fino alle ore 12:00 del 27 febbraio 2015.

Prestazioni riconosciute

Le prestazioni riconosciute sono le seguenti:

contributo economico mensile erogato in favore del beneficiario, riferito al rapporto di lavoro con l'assistente familiare (prestazione prevalente);

contributo economico in favore dell'Ats per attività gestionali a cura dello stesso;

contributo in favore dell'Ats per la fornitura, a cura dello stesso, di prestazioni integrative a supporto del percorso assistenziale del beneficiario.

Tali prestazioni potranno essere attivate nell'arco temporale del progetto, dal 1° marzo 2015 al 30 novembre 2015.


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Novità Inps 2015:
bonus donne disoccupate, come funziona
NOVITA’ INPS 2015:

arriva il bonus Inps per le donne disoccupate.
I requisiti: essere senza lavoro da oltre sei mesi, nessun limite di età.
Basta questo per essere idonea al nuovo bonus Inps, un incentivo per incoraggiare le aziende ad assumere donne disoccupate da tempo, o a convertire i contratti di lavoro da determinati a indeterminati.


Leggi tutto

I finanziamenti del bonus Inps rientrano nel progetto dei fondi strutturali europei, riguardano dunque soltanto le Regioni ammesse a tale programma.
Sono state selezionate zone dell’Italia svantaggiate in modo particolare.

Non è esattamente una novità, bensì una proroga anche per l’anno 2015:
il bonus Inps esiste già da lugli 2014.
Le erogazioni dei contributi per le assunzioni potranno dunque iniziare da luglio 2015.
come funziona:
tutte le informazioni e le domande sul bonus donne disoccupate.

Come funziona il bonus Inps 2015 per le donne disoccupate?
Il vantaggio è per il datore di lavoro, il quale avrà uno sgravio consistente sui contributi previdenziali da versare per le nuove donne assunte.

Quanto dura il bonus Inps?
Dipende dal tipo di contratto che il datore di lavoro deciderà di stipulare con le sue dipendenti.
Si parla di 12 mesi per un contratto determinato e di 18 mesi per un contratto indeterminato (o trasformazione di contratto determinato a contratto indeterminato).

il bonus donne non è valido per tutta Italia: è destinato esclusivamente alle zone cosiddette svantaggiate

Dove è possibile richiedere il bonus Inps 2015 per le donne?
In quali Regioni? Ecco la lista:

Calabria,
Campania,
Puglia,
Sicilia,
Basilicata (intero territorio regionale)
Emilia Romagna,
Abruzzo,
Friuli
Venezia Giulia,
Liguria,
Marche,
Molise,
Piemonte,
Sardegna,
Toscana,
Valle d’Aosta,
Veneto,
Lazio,
Lombardia (solo alcune zone e Comuni).


Come si richiede il bonus Inps per le donne disoccupate?
Basterà recarsi negli uffici Inps nelle Regioni interessate dall’iniziativa Inps. Per tutte le ultime notizie e novità sull’Inps, consigliamo di visitare il sito ufficiante dell’ente presieduto da Tito Boeri.


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ISEE:
rendite INAIL da escludere
Nel calcolo del nuovo ISEE rientrano anche le rendite INAIL, ovvero i risarcimento del danno subito dagli infortunati sul lavoro, o riconosciuto alle vedove e agli orfani dei caduti sul lavoro.

Leggi tutto

Rendite INAIL

Questo aspetto però non convince affatto, anche a fronte delle tre recenti sentenze del TAR Lazio n. 2458/15, n.2459/15, n.2454 con le quali sono stati accolti alcuni ricorsi da parte di associazioni e famiglie contro i nuovi metodi di calcolo dell’ISEE perché le rendite INAIL non possono essere equiparate ad un privilegio economico.
Questo anche perché per tale risarcimento era stato versato un premio assicurativo, dunque l’indennizzo non può rappresentare un guadagno.

Soluzione dei Comuni
Ora però non è chiaro come far quadrare i conti perché non considerare nell’ISEE le rendite INAIL significa avere un aumento della platea che può accedere alle prestazioni sociali, generando non poche difficoltà per i Comuni.
Non tenere conto però delle osservazioni della giustizia amministrativa significa, d’altro conto, mettere in difficoltà delle fasce svantaggiate di contribuenti. Aspettando che Governo e Parlamento mettano ordine sui metodi di calcolo dell’ ISEE, alcuni Consigli regionali hanno deciso di andare incontro ai contribuenti, continuando a mantenere il livello delle prestazioni sociali. Tra questi: Liguria, Sardegna, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia.

Petizione

Intanto l’ANMIL (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro) sta raccogliendo presso le proprie sedi le firme per una petizione alle Camere che elimini l’inserimento della rendita INAIL dal computo dell’ISEE.
Il Presidente nazionale ANMIL, Franco Bettoni, sottolinea:

«Ancora una volta si operano tagli proprio sui più deboli, senza tenere nel dovuto conto le conseguenze pratiche di questo nuovo ISEE, che in realtà comporterà soprattutto la diminuzione di servizi sociali come l’assistenza domiciliare personale, le prestazioni per i non autosufficienti e per i grandi invalidi del lavoro cioè proprio quelli con la casistica più grave di malattie del lavoro per i quali il taglio sarebbe più elevato ed assolutamente ingiustificato».

«Ne concludo che, dopo anni di collaborazione dei Ministeri competenti con l’INAIL il Governo non abbia tenuto conto di quanto sia stata minuziosa ed efficiente la spesa dei Comuni e delle Regioni per garantire prestazioni e servizi mirati, che fanno risparmiare denaro alle casse dello Stato e che, se cessati improvvisamente, costringeranno persone con invalidità e malattie gravi a ricorrere ai pronto soccorso e alle camerate degli ospedali per garantirsi un’assistenza indispensabile per la propria vita. La scelta più saggia per il Governo è dare ascolto a noi dell’ANMIL, all’ANCI, alle Regioni ed alle tre recentissime sentenze inequivocabili ed inoppugnabili della giustizia amministrativa, escludendo dall’ISEE le rendite “risarcitorie” erogate dall’INAIL, che non sono affatto redditi».


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Pensione integrativa se c’è diritto a quella ordinaria
Previdenza complementare:
il trattamento dei regimi integrativi subisce le medesime restrizioni previste per la pensione ordinaria.
Attenzione a fare i conti senza l’oste.

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Chi è andato in pensione dopo il 31 agosto 1995 può ottenere la pensione integrativa a condizione che:
sia già cessato il rapporto di lavoro e abbia maturato 35 anni di anzianità contributiva.
E questo perché la legge del 1995 estende anche alla pensione integrativa le nuove norme restrittive in materia di pensioni ordinarie, ed ha altresì introdotto il divieto di percepire la pensione integrativa prima della maturazione della pensione.
Pertanto, l’accesso alla pensione di anzianità e di vecchiaia assicurate dalle forme di previdenza complementare è subordinato al possesso dei requisiti per fruire del trattamento pensionistico obbligatorio.
Lo ha precisato la Cassazione in una sentenza di ieri.
Così il dipendente che cessi il servizio senza aver maturato i requisiti di legge per il conseguimento della pensione di anzianità non può vedersi riconosciuto il diritto all’ assegno integrativo di pensione.
Infatti, argomenta la Corte, il trattamento complementare si consegue solo in presenza dei requisiti previsti per il conseguimento della pensione di cui alla gestione dell’assicurazione generale obbligatoria (AGO).

Recita infatti la legge: “A decorrere dal 1° gennaio 1998, per tutti i soggetti nei cui confronti trovino applicazione le forme pensionistiche che garantiscono prestazioni definite in aggiunta o ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, … il trattamento si consegue esclusivamente in presenza dei requisiti e con la decorrenza previsti dalla disciplina dell’assicurazione generale obbligatoria di appartenenza”.
Inoltre, si legge sempre nella legge, “L’accesso alle prestazioni per anzianità e vecchiaia assicurate dalle forme pensionistiche di cui al comma 1, che garantiscono prestazioni definite ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, è subordinato alla liquidazione del predetto trattamento”.
Insomma, detto in parole povere, la legge dispone il divieto di percepire la pensione integrativa prima della maturazione della pensione a carico dell’AGO.
Pertanto, l’accesso alle prestazioni di anzianità e di vecchiaia assicurate dalle forme di previdenza complementare è subordinato alla liquidazione del trattamento pensionistico obbligatorio, almeno a partire dal 31 agosto 1995.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 8 gennaio – 10 marzo 2015, n. 4771 Presidente Roselli – Relatore Bandini Svolgimento del processo Il Tribunale di Napoli, nell’ instaurato contraddittorio con la Intesa Sanpaolo spa (quale incorporante la Sanpaolo Imi spa) e con il Fondo Pensione Complementare per il Personale del Banco di Napoli, sul presupposto che il ricorrente P.B. era cessato dal servizio il 15.3.1999 senza avere maturato, all’atto della risoluzione del rapporto, i requisiti di legge per il conseguimento della pensione di anzianità, negò il suo preteso diritto ad ottenere l’assegno integrativo di pensione già a carico del Fondo pensione del Banco di Napoli.

La Corte d’Appello di Napoli, con sentenza del 28.10-16.12.2010, rigettò il gravame del P. , osservando, a sostegno del decisum e per ciò che ancora qui rileva, che, in base a quanto previsto dall’art. 59, comma 3, legge n. 449/97, il trattamento si consegue esclusivamente in presenza dei requisiti e con la decorrenza previsti dalla disciplina dell’assicurazione generale obbligatoria, mentre il successivo comma 32 concerne unicamente la determinazione del trattamento, ossia la sua misura. Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, P.B. ha proposto ricorso per cassazione fondato su tre motivi.
Gli intimati Intesa Sanpaolo spa e Fondo Pensione Complementare per il Personale del Banco di Napoli hanno resistito con unico controricorso, proponendo a loro volta ricorso incidentale condizionato fondato su un motivo.
Il ricorrente principale ha resistito con controricorso al ricorso incidentale.
Entrambe le parti hanno depositato memoria. Motivi della decisione
1. I ricorsi vanno preliminarmente riuniti, siccome proposti avverso la medesima sentenza.
2. Con il primo motivo il ricorrente principale, denunciando violazione degli artt. 112 e 364 cpc, nonché dell’art. 59, comma 32, legge n. 449/97 (in relazione all’art. 360, comma 1, nn. 3, 4 e 5), lamenta che la Corte territoriale abbia erroneamente ritenuto che la pretesa azionata sarebbe stata fondata solo sull’ art. 59, comma 32, legge n. 449/97, peraltro male interpretato, trascurando le più articolate argomentazioni, anche in diritto, svolte a sostegno del ricorso introduttivo e del gravame.
Con il secondo motivo, denunciando violazione di plurime disposizioni di legge, erronea interpretazione di atti unilaterali e contratti aziendali e vizio di motivazione (in relazione all’ art. 360, comma 1, nn. 3 e 5), il ricorrente principale deduce che la disciplina regolante la materia deve essere interpretata nel senso che la liquidazione del trattamento integrativo, attribuito dal dl.vo n. 357/90 in sostituzione di quello originario abrogato, nell’ipotesi, ricorrente nella specie, di avvenuto superamento all’ epoca della cessazione del servizio dei requisiti contributivi minimi richiamati dal Regolamento del Personale per l’attribuzione della pensione a carico del Banco di Napoli, doveva essere riconosciuta allorché, in data successiva, fossero stati raggiunti, come verificatosi nel caso all’ esame, i requisiti per il conseguimento della pensione di anzianità. Con il terzo motivo il ricorrente principale, in via subordinata, eccepisce la contrarietà con gli artt. 3, 36 e 38 della Costituzione degli artt. 3, comma 19, legge n. 335/95, e 59, commi 3 e 32, legge n. 449/97, ove interpretati come dalla sentenza impugnata. 3. I tre motivi, fra loro connessi, possono essere esaminati congiuntamente.
3.1 Il vizio di omessa pronuncia si concreta nel difetto del momento decisorio e, pertanto, per integrarlo, occorre che sia stato completamente omesso il provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto;
ciò può verificarsi allorché il giudice non decide su alcuni capi della domanda autonomamente apprezzabili o sulle eccezioni proposte ovvero quando egli pronuncia solo nei confronti di alcune parti; esula invece da tale vizio (potendo, semmai, integrare un error in iudicando), il mancato o insufficiente esame delle argomentazioni delle parti, fermo restando che, ove con dette argomentazioni sia stato svolto un motivo che propone infondate questioni di diritto, lo iato esistente tra la pronuncia di rigetto e il mancato esame del motivo stesso deve essere colmato dalla Corte di Cassazione attraverso l’impiego del potere di correzione della motivazione (art. 384, secondo comma, cpc), in ragione della funzione nomofilattica ad essa affidata dall’ordinamento, nonché dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111, secondo comma, della Costituzione, integrando la decisione dal giudice a quo mediante l’enunciazione delle ragioni che la giustificano in diritto, senza necessità di rimettere al giudice di rinvio il compito di dichiarare infondato in diritto il motivo non esaminato (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 3388/2005; 8561/2006; 22825/2010;
28663/2013). Nel caso di specie la Corte territoriale ha compiutamente deciso sulle domande svolte, onde deve escludersi il dedotto error in procedendo per pretesa violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato.
3.2 Del pari insussistenti appaiono altresì i dedotti vizi di motivazione, avendo la Corte territoriale tenuto adeguatamente presenti gli elementi fattuali dedotti in giudizio a sostegno della domanda. 3.3 Quanto alle censure di erronea interpretazione della disciplina di riferimento deve rilevarsi quanto segue.
L’art. 18, comma 18 quinquies, dl.vo n. 124/93 (aggiunto dall’art. 15 legge n. 335/95) prevede che l’accesso alle prestazioni per anzianità e vecchiaia assicurate dalle forme pensionistiche di cui al comma 1 (ossia dalle forme pensionistiche complementari già istituite alla data di entrata in vigore della legge n. 421/92), che garantiscono prestazioni definite ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, è subordinato alla liquidazione del predetto trattamento. Pertanto, come già riconosciuto dalla giurisprudenza di questa Corte, fin dal 31 agosto 1995, data di entrata in vigore della legge n. 335/95, deve ritenersi precluso al ricorrente principale il diritto a fruire del richiesto trattamento integrativo (cfr, Cass., n. 11999/2009), senza che rilevino quelle disposizioni più favorevoli, richiamate dal ricorrente stesso, previste dalla disciplina del Fondo integrativo, non essendo state dette disposizioni fatte salve dalla legge e avendo peraltro l’art. 3, comma 19, legge n. 335/95 esteso alle gestioni dei fondi integrativi dei bancari, di cui al dl.vo n. 357/70, le disposizioni previste per l’assicurazione generale obbligatoria (e quindi anche il requisito dei trentacinque anni di anzianità contributiva di cui all’art. 1, comma 25), “quale che sia il momento del pensionamento” (cfr, Cass., n. 10009/2013); né appare conferente il richiamo del ricorrente principale al contenuto dell’accordo sindacale del 22.7.1996, che, come esposto in ricorso, nel ribadirne la natura integrativa rispetto a quello della gestione speciale dell’Inps, prevede la spettanza del trattamento pensionistico “esclusivamente a coloro che abbiano maturato i requisiti previsti per il diritto a pensione a carico di detto Istituto“. La successiva produzione legislativa non offre argomenti a sostegno del ricorso.
L’art. 59, comma 3, legge n. 449/97 prevede infatti che “A decorrere dal 1 gennaio 1998, per tutti i soggetti nei cui confronti trovino applicazione le forme pensionistiche che garantiscono prestazioni definite in aggiunta o ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio, ivi comprese quelle di cui al decreto legislativo 16 settembre 1996, n. 563, al decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, e al decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 357, nonché le forme pensionistiche che assicurano comunque ai dipendenti pubblici (…) prestazioni complementari al trattamento di base ovvero al trattamento di fine rapporto, il trattamento si consegue esclusivamente in presenza dei requisiti e con la decorrenza previsti dalla disciplina dell’assicurazione generale obbligatoria di appartenenza“. L’espressa contemplazione della necessaria “presenza dei requisiti” esclude pertanto che il trattamento in parola possa essere riconosciuto laddove, nell’ ambito del Fondo integrativo, non siano giunti a maturazione quelli previsti dall’ assicurazione generale obbligatoria, a prescindere quindi dalla circostanza che, per quest’ultima, i suddetti requisiti siano stati raggiunti in conseguenza di ulteriore contribuzione successiva alla cessazione del rapporto lavorativo con l’Istituto di credito.
Il medesimo art. 59 legge n. 449/97, al successivo comma 32, prevede poi che “Per gli iscritti ai regimi aziendali integrativi di cui al decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 357, di aziende di credito che presentino anomalie in almeno due degli indicatori di cui alla tabella E allegata alla presente legge, desunti dai dati dell’ultimo bilancio, si applicano le seguenti disposizioni: a) per gli iscritti in servizio, il trattamento pensionistico integrativo è determinato, sulla base delle rispettive fonti di regolamentazione, esclusivamente con riferimento alle anzianità già maturate alla data di entrata in vigore della presente legge o, se le anomalie si verificano successivamente, alla data di riferimento dell’ultimo bilancio; da tale importo è detratto l’ammontare a carico della gestione speciale dell’INPS teoricamente spettante alla stessa data;
la somma risultante è rivalutata sino al momento del pensionamento secondo i criteri di cui all’ articolo 11 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503; (omissis)”.
Tale disposizione, contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente principale, non assicura a tutti gli iscritti al Fondo ancora in servizio il mantenimento della pensione integrativa, ma si limita a disciplinare i criteri di determinazione della stessa (con la limitazione temporale relativa alla data di entrata in vigore della legge), lasciando inalterate le condizioni, già esaminate, di accesso a detto trattamento integrativo (e, in particolare, per ciò che qui rileva, la maturazione di 35 anni di iscrizione al fondo aziendale al momento della cessazione del rapporto).
L’interpretazione della disciplina di riferimento testé indicata è stata in sostanza seguita dalla Corte territoriale, onde le censure svolte al riguardo non meritano accoglimento. 3.4 Quanto infine ai dubbi di incostituzionalità sollevati nel ricorso principale, gli stessi sono stati condivisibilmente già ritenuti manifestamente infondati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr, Cass., n. 11999/2009), alla luce delle pronuncia della Corte Costituzionale n. 319/2001, che, richiamando anche la propria precedente pronuncia n. 393/2000, ha rilevato che:
“la previdenza complementare (integrativa o aggiuntiva del trattamento erogato dall’ assicurazione generale obbligatoria) si colloca nell’alveo dell’art. 38, secondo comma, della Costituzione, secondo la scelta legislativa di istituire un collegamento funzionale tra la prima e la previdenza obbligatoria, quale momento essenziale della complessiva riforma della materia, al fine di assicurare funzionalità ed equilibrio all’intero sistema pensionistico“; “l’art. 59, comma 3, della legge n. 449 del 1997, si inserisce nel contesto della complessa opera riformatrice del sistema previdenziale, alla quale si ricollega anche la sospensione, a suo tempo prevista, dei pensionamenti anticipati, segnatamente venendo in rilievo una linea di continuità tra la predetta disposizione e quella dell’art. 18, comma 8-quinquies, del decreto legislativo n. 124 del 1993, giacché con la prima si è inteso precisare e generalizzare, per quanto potesse occorrere, il divieto di conseguire il relativo trattamento a prescindere dalle regole vigenti per l’assicurazione generale obbligatoria, secondo un criterio, per il vero, al quale si rifà anche il medesimo art. 18, comma 8-quinquies“;
con riferimento all’art. 3 della Costituzione, “le finalità di raccordo delle varie forme di previdenza complementare con il trattamento pensionistico di base dimostrano che la norma non si può reputare irragionevole, non prescindendo, peraltro, da esigenze di equilibrio del quadro complessivo della finanza pubblica, né escludendo ogni ipotesi di esonero dal divieto di anticipata prestazione, atteso che, seppure a fronte di significative congiunture, il vincolo imposto al conseguimento delle prestazioni integrative del trattamento di base risulta, per le forme pensionistiche di cui al decreto legislativo n. 357 del 1990, non solo sensibilmente attenuato, ma, in definitiva, rimesso alla disponibilità delle parti sociali, con adeguato opportuno apprezzamento, dunque, delle aspettative dei destinatari delle prestazioni“.
Dovendo altresì rilevarsi che la già ricordata sentenza della Corte Costituzionale n. 393/2000 ha ricordato “…che l’affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica non impedisce al legislatore di emanare norme modificatrici della disciplina dei rapporti di durata in senso sfavorevole per i beneficiari, quando tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irragionevole di situazioni sostanziali fondate su leggi precedenti” e che l’art. 59, comma 3, legge n. 449/97, “nel fissare al 1 gennaio 1998 il momento dal quale viene a trovare applicazione (anche per le prestazioni che qui interessano, e cioè quelle dei fondi disciplinati dal decreto legislativo n. 357 del 1990) la regola che non consente il conseguimento delle prestazioni dei fondi se non in concomitanza con quelle proprie del trattamento obbligatorio, non può non riguardare, come è ovvio, che quelle fattispecie pensionistiche, afferenti alta previdenza complementare, che, all’epoca, non erano ancora giunte a compimento“, cosicché “le finalità di raccordo delle varie forme di previdenza complementare con il trattamento pensionistico di base (…) dimostrano non solo che la norma non si può reputare irragionevole, ma che essa non prescinde, nemmeno, (…) da considerazioni relative alle esigenze di equilibrio del quadro complessivo della finanza pubblica“. Del tutto inconferente, atteso il diverso ambito dei principi ivi affermati, risulta poi il riferimento, quale parametro della supposta incostituzionalità della disciplina in parola, all’art. 36 della Costituzione. 3.5 I motivi all’esame, nei diversi profili in cui ai articolano, vanno dunque disattesi. 4. In definitiva il ricorso principale va rigettato, con conseguente assorbimento di quello incidentale condizionato (pertinente all’eccezione di inammissibilità delle domande per intervenuta transazione).
Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.
P.Q.M. La Corte riunisce i ricorsi; rigetta il principale.


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Demansionamento: quando le mansioni possono considerarsi “inferiori”
Devono considerarsi inferiori mansioni che, rispetto alle precedenti, comportino un utilizzo solo parziale delle competenze acquisite dal lavoratore, un basso grado di autonomia e discrezionalità nel loro esercizio.


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La legge prevede che al lavoratore debbano essere assegnate mansioni corrispondenti al livello e all’ inquadramento stabiliti al momento dell’assunzione, oppure in caso di mutamento successivo di mansioni incarichi equivalenti a quelli fino a quel momento svolti.
Quando invece al lavoratore vengono assegnate mansioni inferiori si parla di demansionamento, ritenuto dalla legge salvo alcune eccezioni, illegittime.
Per capire se le nuove mansioni affidate siano più o meno “inferiori” rispetto alle precedenti;
E' necessario fare un confronto tra ciò che si faceva prima ed i nuovi incarichi assegnati.
Dovranno quindi considerarsi “mansioni inferiori” quelle che comportano:
un' utilizzazione solo parziale o nulla delle competenze acquisite nel tempo dal lavoratore (si pensi all’ impiegato addetto a tenere la contabilità dell’azienda, che venga invece assegnato al banco come venditore o al magazzino;)
( all’ impegato allo sportello di una società elettrica, al quale vengano invece assegnate mansioni di letturista dei contatori);
minore responsabilità e minore autonomia decisionale (ad esempio il capo reparto o il capo area di un’azienda, cui vengano successivamente assegnate mansioni ripetitive, elementari, per il compimento delle quali serva l’autorizzazione di altri colleghi);
un coinvolgimento nel processo produttivo inferiore al precedente (si pensi alla responsabile di un punto vendita, solitamente coinvolta nella scelta dei prodotti e nell’ allestimento delle vetrine, alla quale vengano poi assegnate mansioni di semplice commessa, addetta solo alla vendita).
In caso di assegnazione a mansioni inferiori, che abbiano quindi in tutto o in parte le caratteristiche sopra descritte,
il lavoratore potrà ricorrere al Giudice del Lavoro per ottenere: 1) l’attribuzione delle mansioni stabilite al momento dell’assunzione, o comunque equivalenti, che gli consentano di sfruttare e migliorare le competenze acquisite nel tempo, avere la stessa responsabilità e autonomia precedenti, lo stesso coinvolgimento nell’ attività aziendale;
2) la condanna dell’azienda a risarcire al lavoratore il danno morale e professionale subito a causa dell’assegnazione a mansioni non corrispondenti a quelle per le quali era stato assunto.
Eccezioni al divieto di demansionamento si hanno in alcune specifiche ipotesi che giustificano l’assegnazione di mansioni inferiori, come unica soluzione per evitare il licenziamento:
ad esempio in caso di aggravamento dello stato di salute del lavoratore, tale da impedirgli di svolgere le mansioni originariamente assegnate, quando non sia possibile attribuirgli incarichi equivalenti;
eliminazione di un reparto aziendale, in alternativa al licenziamento per giustificato motivo oggettivo;
accordi sindacali finalizzati a conservare i posti di lavoro nell’ azienda in crisi.
Ovviamente in questi casi l’assegnazione a mansioni inferiori dovrà avvenire mantenendo la stessa retribuzione precedentemente stabilita.

la legge è uguale per tutti

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TASI-IMU per pertinenze accatastate con la prima casa
Le pertinenze della prima casa, a cui applicare l'aliquota TASI-IMU abitazione principale, sono al massimo tre, di diverse categorie catastali: cosa succede se sono accatastate unitamente all'immobile.

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Esiste un solo caso in cui è possibile considerare pertinenze dell’abitazione principale ai fini TASI-IMU, applicando quindi l’aliquota prima casa, due immobili accatastati nella stessa categoria: quello in cui le due pertinenze (per esempio, un solaio e una cantina, entrambi C2), siano accatastate insieme all’abitazione principale.
Vediamo una breve guida di riepilogo sulle pertinenze della prima casa ai fini TASI e IMU, utile per chiarire alcuni dubbi frequentemente sollevati dal contribuente.

Regole sulle tre pertinenze
La regola base è la seguente: si possono conteggiare un massimo di tre pertinenze per un’abitazione principale. Le pertinenze devono essere necessariamente accatastate in una delle seguenti categorie:
C2 (magazzini e locali di deposito come cantine e solai);
C6 (stalle e scuderie, garage);
C7 (tettoie chiuse o aperte).
C’è un paletto: le tre pertinenze devono appartenere a categorie catastali diverse. Significa che non si possono considerare come pertinenze dell’abitazione principale una cantina e un solaio, entrambe C2.
Esiste anche la possibilità che una pertinenza, per esempio la cantina o il solaio (un caso abbastanza frequente), siano accatastate unitamente all’abbitazione principale. In questo caso, le altre pertinenze dovranno necessariamente essere diverse da C2.
Importante: tutto questo vale anche per la TASI, istituita dalla legge 147/2013: la TASI sostituisce l’IMU prima casa, ha la stessa base impostiva, ma ci sono casi in cui si continua a pagare anche l’imposta municipale sugli immobili, ad esempio per le abitazioni di lusso (A1, A8 e A9).

Esempio:
in base alle regole appena esposte, se un contribuente possiede due box, dovrà decidere quale considerare come pertinenza dell’abitazione principale e quale, invece, seperare dalla prima casa ai fini TASI-IMU.
La differenza non è da poco, perché alle pertinenze si applica l’aliquota prima casa, mentre agli altri immobili l’aliquota TASI-IMU degli immobili diversi dall’ abitazione principale.
Tornando al caso dei due garage, quello che il contribuente sceglierà di considerare pertinenza pagherà la TASI prima casa, l’altro pagherà invece la TASI-IMU con l’aliquota degli altri immobili.

Eccezione
C’è però un’eccezione: è possibile che ci siano due pertinenze accatastate insieme all’ abitazione, ad esempio la cantina e il solaio.
In questo caso (lo ripetiamo, devono essere entrambe accatastati insieme all’ immobile di abitazione), anche se sono nella stessa categoria (cantina e solaio sono C2), possono essere considerate entrambe pertinenze della prima casa.
Si tratta di una regola che serve a rendere coerente l’IMU e la TASI con le norme tecniche catastali, in base alle quali la rendita dell’abitazione ricomprende anche la redditività delle porzioni immobiliari non connesse ma accatastate insieme.
Attenzione: la terza pertinenza dovrà però essere necessariamente diversa da C2.

Sottolineiamo che questo vale solo per il caso in cui le due pertinenze appartenenti alla stessa categoria siano accatastate unitamente all’immobile.
Se invece ad essere accatastata insieme all’ immobile è solo una pertinenza, ad esempio la cantina, le altre due pertinenze dovranno essere di categoria catastale diversa da C2.

Imposte per altre pertinenze
Le eventuali pertinenze che eccedono il numero di tre pagano la TASI-IMU ordinaria, non quella della prima casa.
Questa regola vale per tutti i Comuni, che pur avendo notevole margine di scelta nell’ applicare le imposte sugli immobili (con diversi regolamenti e diverse aliquote), non possono intervenire in materia di norme sulle pertinenze.

Precisazioni
C’è un’ultima considerazione da fare e riguarda il criterio che bisogna seguire nell’ abbinare le pertinenze all’ abitazione principale: l’immobile deve effettivamente essere collegato (fisicamente, o per utilizzo) alla prima casa.
Se non ci sono reali esigenze, non si può considerare un immobile pertinenza dell’abitazione principale con l’unico scopo di pagare una TASI-IMU più bassa.
In proposito, citiamo la sentenza della Corte di Cassazione 25127 del 30 novembre 2009, in base alla quale:

«Ai sensi dell’articolo 817 del codice civile, sono pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un’altra cosa», basandosi «sul criterio fattuale e cioè sulla destinazione effettiva e concreta della cosa al servizio od ornamento di un’altra». La prova dell’asservimento pertinenziale «che grava sul contribuente (quando, come nella specie, ne derivi una tassazione attenuata) deve essere valutata con maggior rigore rispetto alla prova richiesta nei rapporti di tipo privatistico. Se la scelta pertinenziale non è giustificata da reali esigenze (economiche, estetiche, o di altro tipo), non può avere valenza tributaria, perché avrebbe l’unica funzione di attenuare il prelievo fiscale, eludendo il precetto che impone la tassazione in ragione della reale natura del cespite».


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FINANZIAMENTI per formare gli apprendisti
Risorse pari a 100 milioni di euro nel decreto ministeriale che prevede la ripartizione su base regionale.
Il Ministero del Lavoro e delle politiche Sociali - Direzione Generale per le Politiche Attive, i servizi per il lavoro e la formazione -

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ha pubblicato il Decreto Ministeriale, numero di repertorio 91/2015, che prevede la ripartizione, su base regionale, della somma complessiva pari a 100 milioni di euro, per l'anno 2014, quale Fondi da utilizzare per le "attività di natura formativa" nell'ambito del periodo di apprendistato svolto dai lavoratori in azienda di cui il 50% destinato "prioritariamente" alle tipologie di apprendistato cosiddetto "professionalizzante" ovvero definito anche "contratto di mestiere" stipulato ai sensi della normativa vigente in materia.

La suddetta somma grava a valere sul Fondo sociale per l'Occupazione e la Formazione, ai sensi dell'art.18 del dl n.185/2008 convertito, con modificazioni, della legge n.2/2009.
Dette risorse vengono ripartite tra le Regioni e le Province autonome, per il 65% sulla base degli apprendisti "assunti", e per il restante 35% in base agli apprendisti "formati", entrambe le percentuali sono calcolate sulla media del triennio di osservazione 2011/2013 con un limite minimo di 516.000 euro per ciasuna Amministrazione.

La Regione che beneficia delle maggiori risorse è l'Emilia Romagna con euro 21.227.073 con 47.720 apprendisti di cui 39.501 formati. Segue la Regione Lombardia con euro 14.926.431 per un numero di apprendisti pari a 78.908 di cui 26.837 formati. Le Regioni che ricevono invece la somma minima stabilita nel decreto in questione, pari a euro 516.000, sono la Valle d'Aosta, il Molise, la Basilicata, che vedono un numero di apprendisti occupati inferiore alle 2.500 unità di cui apprendisti formati sotto le 500 unità.

Nel triennio in questione ovvero 2011/2013 risultano un totale di 471.449 apprendisti occupati a fronte di 151.780 apprendisti formati. Una quota fino al 10% del totale delle risorse può essere utilizzata per finanziare azioni di sistema e accompagnamento collegate ad attività formative, in apprendistato, non coperte da altre tipologie di finanziamento nazionale e/o comunitario.

Tali risorse sono comunque escluse tassativamente dal poter essere utilizzate al fine di rimborsare le retribuzioni, anche parziali, degli apprendisti stessi.

Stefano Olivieri Pennesi

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NASPI
COME SI CALCOLA, E COSA CAMBIA DALL’ASPI
Avete fatto richiesta di ASpI e non sapete come si calcola? Volete sapere come si calcolerà l’importo della vostra indennità di NASpI?
Di seguito vi illustro alcuni semplici passaggi per verificare che il calcolo dell’importo erogato dall’INPS sia effettivamente corretto.

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Calcolo e durata dell’ASpI L’ASpI è rapportata all’importo della media lorda mensile degli ultimi due anni utili a partire dalla presentazione della domanda. Esistono due tipi di calcoli: se l’importo che trovare nella lettera di accoglimento della domanda di aspi è inferiore a 1.192,98 € l‘importo mensile spettante sarà pari al 75% della stessa media mensile se l’importo che trovare nella lettera di accoglimento della domanda di aspi è superiore a 1.192,98 € l’importo mensile spettante sarà pari al 75% di 1.192,98 € maggiorato del 25% della differenza tra 1.192,98 € e il vostro lordo mensile × Esempio calcolo dell’indennità: Esempio 1 Lordo busta paga 980€ (980/100)x75= 735€ Esempio 2 Lordo busta paga 1800 € (1192,98/100)×75 = 894,735€ 1800-1192,98= 607,02 € (607,02 /100)×25 = 151,755 € totale indennità mensile al lordo delle trattenute Irpef = 885+151,755= 1046,49 € L’ASpI ha una durata massima di 8 mesi per gli under 50, per chi ha più di 50 anni nell’anno 2013 durerà massimo 12 mesi e massimo 14 mesi nel 2014, fino ad arrivare a 16 nel 2015 solo per chi avrà più di 55 anni. Calcolo e durata della NASpI La NASpI (spettante per chi effettuerà la domanda a partire dal primo maggio 2015) è rapportata all’importo della media lorda mensile degli ultimi quattro anni utili, comprensiva degli elementi continuativi e non continuativi e delle mensilità aggiuntive, divisa per il numero di settimane di contribuzione e moltiplicata per il coefficiente fisso di 4,33. Nei casi in cui la retribuzione mensile sia pari o inferiore nel 2015 all’importo di 1195 euro mensili, l’indennità mensile è pari al 75% della retribuzione. Nei casi in cui la retribuzione mensile sia superiore a 1195 euro mensili l’indennità è pari al 75% del predetto importo a cui si aggiunge un ulteriore importo pari al 25% della differenza tra la retribuzione mensile e 1195. L’indennità mensile non può in ogni caso superare nel 2015 l’importo massimo mensile di euro 1300, rivalutato annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati intercorsa nell’anno precedente. Sembra un po’ complicato, ma allora, come calcolare esattamente l’importo spettante di indennità NASpI? Di seguito ho cercato di semplificare un po’ il concetto, con delle operazioni semplici divise in due esempi. × Esempi di calcolo Esempio 1 mesi lavorati 24 (104 settimane) a 1100 lordi mesi lavorati 3 (12 settimane) a 700 euro lordi 116 settimane di contribuzione totali 1100×24=26400 euro 700×3= 2100 euro 26400+2100= 28500 euro 28500/116= 245,69 245,69+4,33=1063 (1063/100)x75=797,87 Esempio 2
mesi 24 (104 settimane) a 1800 lordi
mesi 3 (12 settimane) a 700 euro lordi
116 settimane di contribuzione totali
1800×24=43200 euro
700×3= 2100 euro
43200+2100= 45300 euro
45300/116= 390,51
390,51+4,33=1690,93
(1195/100)x75=896,25
1690,93-1195=495,93
(495,93/100)=123,98
896,25+123,98=1020,23
NB: L’importo risultante è sempre inteso al lordo delle trattenute irpef.

L’indennità è ridotta progressivamente nella misura del 3% al mese dal primo giorno del quinto mese di fruizione. Per gli eventi di disoccupazione verificatisi dal 1 gennaio 2016 tale riduzione verrà applicata dal primo giorno del quarto mese di fruizione.

La durata della NASpI è stabilita per un periodo pari alla metà delle settimane contributive (quindi effettivamente lavorate) degli ultimi 4 anni. Dunque se avete lavorato, come da esempio, 116 settimane l’indennità verrà corrisposta per 58 settimane. In queste settimane non saranno però computate quelle che hanno già dato luogo, in passato, al diritto per la stessa prestazione. A partire dal 2017 il periodo massimo stabilito per l’erogazione della prestazione è pari 78 settimane.


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PENSIONI
Pensioni, quanto prenderemo (davvero) I minimi?
Anche sotto i 500 euro
I conti in tasca a chi ha oggi trenta, quaranta e cinquant’anni: se si accumulano pochi contributi, in futuro non ci sarà più l’integrazione al minimo che oggi lo Stato assicura a tutti.

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Una pensione da 502 euro al mese non è certo invidiabile. Eppure per molti lavoratori, l’attuale minimo sindacale della previdenza rischia di essere solo un miraggio.
Anche se il vitalizio sarà molto basso in futuro non si aprirà più alcun paracadute, la famosa integrazione al minimo da parte dello Stato è già andata (è il caso di dirlo) in pensione.
Così, ad esempio, un dipendente trentenne che oggi ha un reddito netto mensile di mille euro e che accumulerà forti buchi contributivi, prenderà appena 408 euro netti il mese, cioè quasi cento in meno della soglia minima attualmente in vigore.
Un autonomo nella stessa situazione arriverà ad appena 341 euro netti il mese.


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Tutele crescenti dal 7 marzo
le assunzioni interessate
Il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti prenderà ufficialmente il via a partire dai contratti stipulati dal 7 marzo 2015 in poi.
In sostanza per le nuove assunzioni avviate dal 7 marzo 2015 in poi si applicherà il nuovo regime di tutela in caso di licenziamento illegittimo introdotto dal Jobs Act, mentre chi è già assunto a tempo indeterminato resta con il vecchio contratto.
Questo perché la pubblicazione del Decreto Legislativo attuativo in Gazzetta ufficiale è prevista per il 6 marzo.
La legge entrerà poi in vigore il giorno seguente.

=> Contratto indeterminato a tutele crescenti

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Assunzioni interessate
Tra le novità di maggiore rilievo per i lavoratori e per i datori di lavoro che assumono c’è il fatto che il nuovo regime si applica a tutti i nuovi assunti, senza distinzione per aspetto dimensionale dell’azienda, come avveniva invece con l’articolo 18 della legge n. 300/1970.
Indipendentemente dal fotto che si tratti di una micro o PMI, di una prima assunzione, di lavoratori già dipendenti in forza di qualunque entità (10, 100 o 1.000), di neoassunti da parte di datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fine di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, d’istruzione ovvero di religione o di culto dal 7 marzo si applicherà il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.

=> Contratto unico a tutele crescenti: come funziona

L’unica eccezione è rappresentata dal settore del pubblico impiego al quale non si applica la nuova disciplina.
In più per le imprese con meno di 15 dipendenti continua a non essere previsto il reintegro (tranne che nel caso dei licenziamenti discriminatori).
Nelle piccole imprese la misura dell’indennità in caso di licenziamento ingiustificato è dimezzata (quindi è pari a una mensilità per ogni anno di lavoro), e non può comunque superare le sei mensilità.

=> Licenziamento: quando è possibile con il nuovo art. 18

Licenziamenti
Ricordiamo che la nuova disciplina prevede sostanzialmente novità in materia di licenziamento, allentando di molto i vincoli dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: le norme sul reintegro in caso di licenziamento ingiusto, che resta inalterato solo per i licenziamenti nulli o discriminatori.
Per tutti gli altri, quindi giustificato motivo oggettivo e soggettivo e giusta causa, ovvero sia per i licenziamenti economici sia per quelli disciplinari, è previsto un risarcimento economico pari a due mensilità per ogni anno di servizio, con un minimo di quattro e un massimo di 24 mensilità. Nel caso di licenziamenti disciplinari (giustificato motivo soggettivo o giusta causa) resta il reintegro se in giudizio si dimostra l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore.

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Congedo parentale esteso fino ai 12 anni del bambino.
Indennità Inps fino ai 6 anni
Dal Consiglio dei Ministri arriva una buona notizia per le famiglie italiane con bambini. Il congedo parentale è stato esteso fino ai 12 anni di vita del bambino. L’ex astensione facoltativa quindi spetta non più fino agli 8 anni, ma fino ai 12 anni. E l’indennità pari al 30% erogata dall’Inps spetta fino ai 6 anni di età e non più fino a 3 anni di vita del figlio.
Il Governo Renzi ha quindi notevolmente esteso la possibilità di fruire del congedo parentale. Il Consiglio dei Ministri in data 20 febbraio 2015 ha approvato anche un decreto legislativo, in attuazione del Jobs Act, contenente disposizioni in materia di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, a norma dell’articolo 1, commi 8 e 9 della legge n. 183 del 2014. Tale decreto introduce una serie di novità in materia di maternità obbligatoria e congedi.

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La normativa sul congedo parentale fino ad oggi. Il congedo parentale è la vecchia astensione facoltativa dal lavoro e spettava ai lavoratori dipendenti, in costanza di rapporto di lavoro, fino ai primi 8 anni di età del bambino. Necessario il collegamento del congedo parentale con le esigenze organizzative della famiglia.
Il congedo parentale è pari a 10 mesi di astensione per entrambi i genitori, aumentabili ad 11 mesi, con il diritto ad una indennità dell’Inps che scattava fino ai 3 anni di vita del bambino. La madre può astenersi dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato (congedo parentale anche ad ore) non superiore a 6 mesi, il padre (congedo di paternità) per un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi, elevabile a 7 mesi. In ogni caso entrambi non devono accumulare più di 10 mesi, aumentabili ad 11 mesi. Per maggiori informazioni vediamo il congedo parentale.
Il numero dei mesi non cambia, ma cambiano gli anni di età del bambino in cui è possibile fruirne.

Cosa cambia del congedo parentale
Come abbiamo già detto, il congedo parentale (ex astensione facoltativa) è fruibile non più fino agli 8 anni ma fino a 12 anni di età del bambino. Il decreto quindi prevede un'estensione massima dell'arco temporale di fruibilità del congedo parentale dagli attuali 8 anni di vita del bambino a 12 anni di età. Ovviamente sempre per 6 mesi per la mamma e 6 o 7 mesi del padre per un totale di 10 o 11 mesi per entrambi i genitori.
Congedo parentale a ore. Inoltre, “in caso di mancata regolamentazione, da parte della contrattazione collettiva, anche di livello aziendale, delle modalità di fruizione del congedo parentale su base oraria, ciascun genitore può scegliere tra la fruizione giornaliera e quella oraria. La fruizione su base oraria è consentita in misura pari alla metà dell’orario medio giornaliero del periodo di paga quadrisettimanale o mensile immediatamente precedente a quello nel corso del quale ha inizio il congedo parentale. È esclusa la cumulabilità della fruizione oraria del congedo parentale con permessi o riposi”.
Preavviso al datore di lavoro in caso di congedo parentale, anche orario. Il genitore è tenuto, salvo casi di oggettiva impossibilità, a preavvisare il datore di lavoro secondo le modalità e i criteri definiti dai contratti collettivi e, comunque, con un termine di preavviso non inferiore a cinque giorni indicando l'inizio e la fine del periodo di congedo. Il termine di preavviso è pari a 2 giorni nel caso di congedo parentale su base oraria.
Indennità per congedo parentale fino a 6 anni del bambino. C’è l’estensione del diritto all’indennità da parte dell’Inps fino a 6 anni di vita. Quindi il congedo parentale parzialmente retribuito (al 30%) viene portato dai 3 anni di età del bambino a 6 anni; quello non retribuito, di conseguenza, vista l’estensione del congedo parentale, dai 6 anni di vita del bambino ai 12 anni.
Analoga previsione viene introdotta per i casi di adozione o di affidamento, per i quali la possibilità di fruire del congedo parentale inizia a decorrere dall'ingresso del minore in famiglia. In ogni caso, resta invariata la durata complessiva del congedo.
Il congedo di paternità viene esteso a tutte le categorie di lavoratori, e quindi non solo per i lavoratori dipendenti come attualmente previsto. Viene estesa in particolare la possibilità di usufruire del congedo da parte del padre nei casi in cui la madre sia impossibilitata a fruirne per motivi naturali o contingenti.
Sono inoltre state introdotte norme volte a tutelare la genitorialità in caso di adozioni e affidamenti prevedendo estensioni di tutele già previste per i genitori naturali.
In particolare per le adozioni di lavoratrici iscritte alla Gestione Separata è previsto ciò: “In caso di adozione, nazionale o internazionale, alle lavoratrici di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, non iscritte ad altre forme obbligatorie, spetta, sulla base di idonea documentazione, un’indennità per i cinque mesi successivi all’effettivo ingresso del minore in famiglia, alle condizioni e secondo le modalità di cui all’apposito decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali”.

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Inps
Nuove soglie ISEE per gli assegni familiari
25/02/2015 - Con Circolare numero 48 del 20 gennaio 2015 l’INPS ha reso noti gli importi dell’Assegno per il nucleo familiare e dell’Assegno di Maternità concessi dai Comuni e i nuovi limiti di reddito (nuovo ISEE 2015) per le domande riferite all’anno 2014, ma presentate dopo il 1 gennaio 2015.

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I chiarimenti fanno seguito al Comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri con cui sono state rese note le nuove soglie ISEE da applicarsi per l’anno 2014, rivalutate sulla base dell’incremento dell’indice ISTAT.
A questo punto l’INPS fa una distinzione fra:
- domande presentate entro il 31 dicembre 2014 riferite all’anno 2014:
in questo caso valgono soglie ISE di cui alla circolare n. 29 del 2014;
- domande presentate dopo il 1 gennaio 2015, ma riferite all’anno 2014:
- assegno per il nucleo familiare con almeno tre figli minorenni concesso dal Comune, l’importo dell’assegno è pari a Euro 141,02, l’indicatore della situazione economica equivalente, è pari a Euro 8.538,91.
- assegno di maternità concesso dal Comune, l’importo dell’assegno mensile di maternità è pari a Euro 338,21 per cinque mensilità e quindi a complessivi Euro 1.691,05, Il valore dell’indicatore della situazione economica equivalente è pari a Euro 16.921,11.
- domande presentate dopo il 1 gennaio 2015, ma riferite all’anno 2015:
Le soglie dell’ISEE e gli importi delle prestazioni in oggetto, rivalutati e validi per l’anno 2015, saranno resi noti con la pubblicazione di un apposito Comunicato del Dipartimento della famiglia, a cui seguirà una specifica circolare sull’argomento.


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Lavoro a chiamata
Part-time e orari flessibili
Nel lavoro a chiamata il part-time deve essere retribuito in modo adeguato: la Cassazione fissa regole e garanzie per questa tipologia di contratto atipico.

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Il lavoratore assunto con contratto a chiamata a tempo parziale, il cui orario viene stabilito a totale discrezione del datore di lavoro, ha sempre diritto a ricevere un compenso adeguato:
lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sentenza 5 novembre 2014, n. 23600), affrontando il caso di un dipendente che chiedeva all’azienda un’indennità compensativa determinata dalla propria disponibilità a fornire la prestazione lavorativa su richiesta, in mancanza di una determinazione precisa dell’orario di lavoro.
Compenso lavoro part-time La richiesta del lavoratore, rigettata dal Tribunale di Genova, è stata accolta dalla Corte d’Appello che ha condannato il datore di lavoro a versare la metà della differenza tra quanto dovuto per l’orario di lavoro a tempo pieno e quanto percepito dal lavoratore durante il periodo oggetto della contestazione.

Indennità di disponibilità Ricorrendo in Cassazione, il datore di lavoro sosteneva la violazione di due principi: l’eccezione di prescrizione quinquennale, come anche la violazione e la falsa applicazione del contratto collettivo per i dipendenti di società e consorzi concessionari di autostrade del 21 settembre 1990, secondo il quale il lavoratore era responsabile solo della mancanza di prestazione reiterata e ingiustificata.
Per i giudici, tuttavia, la richiesta di risarcimento avanzata dal lavoratore rappresentava:

«un’indennità compensativa della disponibilità prestata e della conseguente maggiore penosità della prestazione imposta al dipendente dal datore di lavoro, legittimato dalla “elasticità” della clausola a richiede “a comando” parte della prestazione lavorativa dedotta nel contratto».
=> Lavoro intermittente illecito nei call-center<7b>

Non trattandosi di un emolumento spettante al lavoratore per legge o per contratto, ma di un indennizzo derivante da una causa autonoma legata al ristoro per una maggiore onerosità della prestazione, la vicenda segue la prescrizione ordinaria.
La Cassazione, inoltre, ha sottolineato che, fatto salvo il potere unilaterale del datore di lavoro di prevedere i tempi della prestazione, la disponibilità alla chiamata, sebbene non possa essere equiparata al lavoro effettivo, merita un compenso adeguato.

Clausole elastiche

Il caso in questione riguarda le cosiddette “clausole elastiche”, secondo le quali è facoltà del datore di lavoro chiedere lo svolgimento di prestazioni rese in esubero rispetto all’orario concordato dalle parti ma all’interno del limite del tempo pieno. Queste clausole, la cui consistenza era precedentemente determinata dalla contrattazione collettiva (L. 247/2007), sono ora sottoscritte dal datore di lavoro e dal lavoratore (come previsto dalla L. 183/2011), ma in caso di contratto part-time è necessario il consenso del dipendente. La L. 92/2012 invece, ha stabilito che debba essere la contrattazione collettiva a regolamentare il diritto del lavoratore a chiedere l’eliminazione o la modifica delle clausole elastiche. Ciò vale anche per le clausole flessibili, secondo le quali è possibile una variazione temporale della prestazione lavorativa senza superare i tempi complessivi.

Per approfondimenti:
Corte di Cassazione, sentenza n. 23600 del 5 novembre 2014.

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Certificato medico:
Se la malattia è insussistente, esagerata o compatibile col lavoro
Non rischia solo il licenziamento, ma anche un’incriminazione per il reato di truffa il dipendente che presenti, al proprio datore di lavoro, un certificato medico attestante una malattia ritenuta insussistente.

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A tal fine, il datore che voglia contestare suddetto certificato, non deve necessariamente esperire una particolare procedura (dichiarazione di falso o altro) diretta a vanificare formalmente l’efficacia probatoria del documento esibito.
Infatti, la falsità del certificato può essere rilevata anche in base a una serie di circostanze particolarmente chiare. È il caso, per esempio, in cui i sintomi indicati nel certificato siano tali da essere ritenuti inidonei a giustificare l’assenza dal lavoro. Si pensi al caso di un dipendente che lamenti difficoltà a deambulare, pur svolgendo un lavoro di scrivania. Risponde pertanto del delitto di truffa aggravata colui che, presentando un certificato medico attestante uno stato di salute non incompatibile con l’attività lavorativa, si sia assentato dal luogo di lavoro, percependo così, ai danni del datore di lavoro, una retribuzione non dovuta. La vicenda Nel caso di specie, l’imputato (un infermiere) aveva inviato all’ospedale presso cui era assunto un certificato, per giustificare l’assenza, privo della specificazione della malattia e ritenuto dal datore di lavoro non idoneo a giustificare l’assenza.

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Sent. n. 9047 del 18/04/2014 Fatto

1 – P.F., già condannato con doppia conforme – sentenze del tribunale monocratico di Monza in data 10.5.2012 e corte di appello di Milano in data 22.4/21.5.2013 – alla pena di mesi sei di reclusione ed Euro 600 di multa per il delitto truffa aggravata ex art. 640 c.p., commi 1 e 2 – per essersi l’imputato assentato dall’ ufficio per due giorni, presentando un certificatomedico e partecipando nel periodo della asserita malattia ad una gara di body building, procurandosi così l’ingiusto profitto di una retribuzione non dovuta con danno dell’azienda ospedaliera nella quale prestava lavoro come infermiere – ricorre per cassazione avverso la seconda decisione, deducendo, con il richiamo all’art. 606 c.p.p., lett. b) c), d) ed e), i rilievi critici che si possono sintetizzare nel modo seguente: a) omessa motivazione già nel giudizio di appello sul punto dell’ omesso accertamento della falsità del certificato medicogiustificativo della assenza, falsità che doveva considerarsi presupposto normativo del delitto contestato condizionante l’artifizio e raggiro di un suo elemento costitutivo; b) travisamento della prova sul punto relativo alla affermata insussistenza della patologia – faringite ed infiammazione delle vie respiratorie – segnalata dal certificato medico, patologia peraltro incompatibile con lo svolgimento della attività di infermiere e compatibile invece con la partecipazione ad una gara di body building.
2 – Il ricorso è manifestamente infondato e pertanto va dichiarato inammissibile. Invero, ai fini della configurazione del delitto di truffa nel quale l’artifizio e raggiro è costituito dalla presentazione di un certificato medico attestante una malattia ritenuta insussistente in forza di plurime considerazioni di fatti che si vanno da qui a tra poco ad indicare, non è certo necessario esperire una particolare procedura (dichiarazione di falso o altro) diretto a vanificare formalmente l’efficacia probatoria del documento esibito. Quell’efficacia può ragionevolmente rilevarsi in base, come è avvenuto nel caso di specie, ad una serie di circostanze deponenti con particolare chiarezza per la falsità del documento e comunque per l’inidoneità dei sintomi influenzali ivi rappresentati a giustificare la assenza dal lavoro. I giudici di merito hanno puntualmente rilevato due circostanze per nulla contestate dal ricorrente:
l’imputato in precedenza aveva inviato un certificato, per giustificare l’assenza, privo della specificazione della malattia e ritenuto dal datore di lavoro non idoneo a giustificare l’assenza, da un lato, in sede disciplinare sempre l’imputato aveva ammesso di essersi assentato dal lavoro per partecipare alla gara di boody bulding, alla quale si preparava da mesi ed a cui non poteva rinunciare. Non può che ritenersi congruo e perfettamente logico il discorso giustificativo giudiziale che esclude possa partecipare ad una gara che richiede prestanza fisica colui che è fortemente indebolito da una sindrome influenzale. Se poi la patologia influenzale si fosse presentata lieve, tale da consentire la partecipazione ad una gara così impegnativa sul piano della forza fisica, la predetta certo non sarebbe stata in grado di impedire alla persona così influenzata una normale, non certo impegnativa dal punto di vista fisico attività lavorativa quale quella dell’infermiere, magari svolta, tenendo conto delle possibili contaminazione all’esterno, con i più opportuni e possibili accorgimenti.
Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l’imputato che lo ha proposto, deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonchè, ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al pagamento a favore della cassa delle ammende della somma di mille Euro, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.
P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di mille Euro alla cassa delle ammende. Così deciso in Roma, il 10 gennaio 2014. Depositato in Cancelleria il 25 febbraio 2014
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Lavoratrice madre:
SI ai premi di rendimento anche se ha i congedi per l’allattamento
La madre che fruisce dei permessi di maternità per allattare il proprio bambino ha diritto alla retribuzione piena e ai premi di rendimento come se avesse lavorato nel periodo di assenza dal lavoro.

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È quanto emerge da una sentenza della Corte d’appello di Ancona.
La Corte precisa, in particolare, che vige in materia un generale principio di equiparazione tra le ore di permesso per allattamento e quelle di lavoro effettivo [2]; pertanto, i periodi di riposo (che durano un’ora ciascuno e comportano anche il diritto per la mamma di allontanarsi dal luogo di lavoro) hanno lo stesso valore delle ore di servizio ai fini della durata e della retribuzione dell’attività lavorativa.
I giudici d’Appello ricordano, a riguardo, che anche nel caso in cui il contratto collettivo preveda la decurtazione del premio di rendimento in caso di assenze di una certa durata da parte del lavoratore, le ore di permesso per maternità non possono, in alcun modo, essere parificate a vere e proprie assenze.
Quando, infatti, la donna si allontana dal luogo di lavoro per allattare il bambino, utilizzando i premessi di maternità [3], il tempo di tale assenza non incide in alcun modo sulla durata della giornata lavorativa.
Uno smacco alla frequente intenzione di molti datori di lavoro di raggirare una normativa tesa non tanto o non solo ad evitare la frequente discriminazione delle madri sul posto di lavoro, ma legata anche alla volontà del legislatore di tutelare lo stesso neonato.
La totale parificazione dei congedi di maternità ai periodi effettivamente lavorati ha, infatti, come scopo quello di fornire alle madri l’incentivo a usufruire dei permessi stessi nell’interesse dei piccoli;
finalità che sarebbe vanificata se si ammettesse un’interpretazione della legge in materia secondo la quale alla scelta della donna di usufruire dei permessi di maternità debba conseguire una decurtazione dello stipendio.
La vicenda Un datore di lavoro (nella specie una banca) impugnava la sentenza che riconosceva a una lavoratrice madre il premio per aver maturato trent’anni di servizio; secondo l’istituto bancario, infatti, gli eventuali periodi di congedo facoltativo per maternità andavano considerati vere e proprie assenze dal lavoro e, come tali, inutilizzabili ai fini del riconoscimento del premio di anzianità calcolato sui 30 anni di servizio.
Una pronuncia questa che si auspica possa essere di incoraggiamento per molte mamme lavoratrici, alle quali –specie in questo difficile periodo di crisi economica- viene spesso fatta pesare sul luogo di lavoro la scarsa produttività durante il periodo di maternità.

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Indennità di mobilità
E' una prestazione di disoccupazione finalizzata ad assicurare una forma di assistenza ai lavoratori dipendenti, nei casi in cui l'impresa di appartenenza sia investita dai processi di razionalizzazione o ristrutturazione organizzativa, anche in conseguenza di crisi aziendali.
Possono beneficiare dell'indennità di mobilità i lavoratori dipendenti con la qualifica di operai, impiegati e quadri, purché titolari di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e, comunque, non a termine.
Per aver diritto all'indennità è necessario far valere un'anzianità aziendale di almeno 12 mesi, di cui almeno 6 di lavoro effettivamente prestato (compresi infortuni, ferie e festività).

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I lavoratori devono essere stati collocati in mobilità (una volta espletate le procedure per i licenziamenti collettivi con le organizzazioni sindacali):
da imprese ammesse al trattamento di cassa integrazione duadagni straordinaria (imprese con più di 15 dipendenti);
da imprese sottoposte a procedura concorsuale (il licenziamento deve avvenire per riduzione di personale o per riduzione, trasformazione o cessazione dell'attività aziendale).
L'indennità di mobilità è corrisposta dall'Inps, previa domanda dell'interessato inviata esclusivamente in via telematica, entro 68 giorni dalla data del licenziamento (a pena di decadenza).
La prestazione decorre a partire dall'8° giorno successivo alla data del licenziamento, se la domanda è presentata entro tale data, oppure dal 5° giorno successivo alla data di presentazione della domanda, se presentata dopo l'8° giorno dal licenziamento.
La durata dell'indennità di mobilità è legata all'età anagrafica del lavoratore e all'ubicazione dell'azienda (non può, comunque, essere corrisposta per un periodo superiore all'anzianità aziendale, maturata dal lavoratore).
L'importo dell'indennità di mobilità varia nel corso del periodo di percezione, ed è pari al:

100% del trattamento di Cig straordinaria, percepito o che sarebbe spettato nel periodo immediatamente precedente al licenziamento, per i primi 12 mesi 80% del suddetto trattamento, per i periodi successivi Il trattamento di mobilità è incompatibile con qualsiasi trattamento pensionistico diretto, compresi quelli anticipati e la pensione di inabilità, mentre è compatibile con le pensioni indirette, quelle di guerra e facoltative, con le rendite Inail, con le pensioni a carico di Stati esteri non convenzionati con l'Italia, ecc.. Inoltre è incumulabile con l’assegno di invalidità: i titolari di questa prestazione, che vengono collocati in mobilità, devono optare per l’uno o l’altro trattamento.
La mobilità sostituisce qualsiasi altra prestazione di disoccupazione o di malattia; in caso di gravidanza, alle lavoratrici collocate in mobilità, spetta la relativa indennità di maternità.
La riforma del mercato del lavoro del 2012 ha disposto l’abrogazione, a decorrere dal 1° gennaio 2017, degli articoli che disciplinano la lista di mobilità, l’indennità di mobilità, il collocamento dei lavoratori in mobilità e la cancellazione del lavoratore dalle liste di mobilità.

Pertanto, i lavoratori licenziati in data 31 dicembre 2016, considerato che l’iscrizione nelle liste di mobilità decorre dal giorno successivo alla data di licenziamento, non potranno più essere collocati in mobilità ordinaria e beneficeranno esclusivamente dell’indennità di disoccupazione Aspi o mini Aspi.

Dal 1° gennaio 2013 è concesso il trattamento di Cigs alle:
imprese esercenti attività commerciali, con più di 50 dipendenti fino a 200 agenzie di viaggio e turismo, compresi operatori turistici, con più di 50 dipendenti imprese di vigilanza con più di 15 dipendenti imprese del trasporto aereo, a prescindere dal numero di dipendenti imprese del sistema aereoportuale, prescindere dal numero di dipendenti Di conseguenza, sono estese anche alle suddette imprese le procedure di mobilità ed ai lavoratori, in possesso dei requisiti previsti, il diritto all’indennità relativa.
Nel periodo di passaggio dal vecchio al nuovo sistema di prestazioni a sostegno del reddito, viene introdotto un regime transitorio che prevede la graduale riduzione della durata dell’indennità di mobilità.
Per la determinazione del regime di durata della prestazione continuerà ad essere applicato il criterio della data di licenziamento del lavoratore.
Il regime transitorio sulla durata dell’indennità di mobilità potrà essere oggetto di eventuale revisione.
Il ministero del Lavoro procederà, entro il 31 ottobre 2014, insieme alle organizzazioni sindacali più rappresentative, ad una ricognizione delle prospettive economiche ed occupazionali in essere a tale data, al fine di verificarne la corrispondenza con la disciplina transitoria e proporre conseguenti iniziative.
In caso di svolgimento di attività lavorativa autonoma o parasubordinata, il lavoratore deve sempre comunicare all’Inps l’inizio della stessa, ai fini della verifica sulla compatibilità e cumulabilità della prestazione. Per il 2013, il beneficiario della prestazione potrà svolgere attività di lavoro accessorio, in tutti i settori produttivi, nel limite massimo di 3.000 € di corrispettivo (al netto dei contributi previdenziali). In questo caso, l’Inps provvederà a sottrarre dalla contribuzione figurativa relativa all’indennità di mobilità, l’accredito contributivo derivante dal lavoro accessorio.

E' prevista la possibilità della corresponsione anticipata della prestazione di mobilità per intraprendere un’attività autonoma o per associarsi in cooperativa.

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Indennità di disoccupazione agricola
La disoccupazione agricola è indennizzata per il numero di giornate effettivamente lavorate nell'anno di riferimento, così come riportate negli appositi elenchi anagrafici degli operai agricoli dipendenti. Tale numero non può, comunque, essere superiore alla differenza tra il paramentro 365 e le giornate di effettiva occupazione (attività agricola e non agricola), prestate nell’anno di riferimento. Vanno inoltre detratte le giornate relative a particolari eventi per i quali l'interessato abbia fruito di prestazioni economiche di carattere previdenziale (malattia, maternità, infortunio sul lavoro, Cig, disoccupazione, ecc.).

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E' un'indennità che spetta agli operai agricoli a tempo determinato (OTD) ed alle figure equiparate, assicurati contro la disoccupazione, che possano far valere i seguenti requisiti:

- iscrizione negli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli relativi all'anno per il quale è richiesta l’indennità
- almeno 2 anni di anzianità assicurativa
- almeno 102 contributi giornalieri nell'ultimo biennio, formato dall’anno al quale l’indennità si riferisce e dall’anno precedente. E' possibile cumulare lavoro dipendente agricolo e lavoro dipendente non agricolo purché vi sia prevalenza di attività agricola subordinata nell’anno di riferimento o nel biennio.

L’importo gionaliero della indennità di disoccupazione agricola è fissato nella misura del 40% della retribuzione di riferimento maggiore tra:
- quella stabilita dal contratto collettivo provinciale di categoria;
- quella pattuita individualmente tra datore di lavoro e lavoratore;
- quella del minimale valevole per la generalità dei lavoratori.
Gli importi massimi mensili dell'indennità di disoccupazione agricola, da liquidare con riferimento all'attività svolta nel corso dell'anno 2012, sono pari ad: € 931,28 (se retribuzioni inferiori od uguali ad € 2014,77) ed € 1119,32 (se retribuzioni superiori ad € 2014,77).

L'indennità di disoccupazione agricola spetta anche agli operai agricoli a tempo indeterminato (OTI), qualora iscritti per una parte dell'anno.
La domanda deve essere presentata alla competente sede INPS, esclusivamente in via telematica, entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello di competenza (a pena di decadedenza).

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Visto di ingresso e permesso di soggiorno
Si può entrare in Italia per motivi di turismo, lavoro (subordinato, stagionale e autonomo), motivi familiari, studio, cure mediche, culto, formazione, adozione o affidamento, ecc.
Prima di arrivare in Italia è necessario ottenere, presso l’Ambasciata o il Consolato italiano del luogo di origine o di residenza, il visto di ingresso per uno dei motivi sopra citati.
Solo alcuni paesi sono esenti dall’obbligo del visto di ingresso per turismo.


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Il permesso di soggiorno deve essere richiesto alla Questura competente entro otto giorni dall’ingresso ed è rilasciato, su presentazione del visto d'ingresso ed altri documenti, per contratto di lavoro subordinato, stagionale, autonomo, per ricongiungimento familiare, studio, cure mediche, richiesta di asilo, ecc.

Contestualmente alla domanda di rilascio del permesso di soggiorno, è prevista la sottoscrizione dell'Accordo di integrazione, articolata per crediti. La perdita integrale dei crediti comporta la revoca del permesso e l'espulsione del cittadino straniero.

Il permesso di soggiorno è generalmente rinnovato, prima della scadenza, per una durata non superiore a quella stabilita dal rilascio iniziale.
Il rinnovo del permesso prevede il versamento di un contributo e deve essere richiesto almeno 60 giorni prima della scadenza.
E' consentito inoltrare richiesta di rinnovo non oltre i 60 giorni dalla scadenza di tale permesso.

Il permesso di soggiorno di lunga durata (superiore a 3 mesi) dà diritto a fissare la residenza in Italia, ottenere la carta di identità, usufruire dell’assistenza sanitaria, dell’alloggio, dello studio e di tutta una serie di misure di integrazione sociale a livello locale.

E' possibile chiedere l'assistenza per la compilazione e l'invio telematico della domanda di rilascio o rinnovo dei titoli di soggiorno al Patronato INAS. Tale domanda deve essere inviata tramite poste. Il servizio è completamente gratuito.


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ISTAT: il lavoro delle madri prima e dopo i figli
Pubblicati da parte dell’ISTAT i risultati relativi alle dinamiche riproduttive delle donne in Italia, frutto della collaborazione con l’Isfol nell’ambito di una specifica convenzione tra i due Enti. I risultati emersi rivelano come, a partire dal 2000 ad oggi, ci siano sempre più donne sul mercato del lavoro, ma anche che il principale vincolo che limita la fecondità in Italia sia la difficoltà di conciliazione tra famiglia e lavoro.

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Avere figli in Italia negli anni 2000
L’indagine ISTAT intitolata “Avere figli in Italia negli anni 2000” si basa su tre edizioni dell’indagine campionaria sulle nascite e le madri, durante le quali sono state intervistate le donne che hanno avuto un figlio nel 2000/2001, nel 2003 e nel 2009/2010. Da sottolineare che nel 2008 abbiamo assistito all’inizio della crisi economica che ancora attanaglia le economie globali. Fattore che ha influenza, in peggio, la condizione delle neo-mamme.

Lavoro post maternità
il 22,4% delle madri occupate all’inizio della gravidanza, non lo era più a due dalla nascita del figlio (ovvero quando ha avuto luogo l’intervista);
il 42,8% di quelle che hanno continuato a lavorare dichiara di avere problemi nel conciliare l’attività lavorativa e gli impegni familiari.
Da notare che nel 2005 la percentuale delle donne che non lavoravano più a breve distanza dalla nascita dei figli era del 18%. In generale:
il 48,8% delle madri risulta occupata tra il primo e il secondo riferimento temporale;
il 33,2% si dichiara non occupata in entrambi i momenti;
il 14% delle madri che lavoravano all’epoca della gravidanza non lavora più a distanza di circa 2 anni dalla nascita del bambino.

Rischio di perdere il lavoro
Il rischio di lasciare o perdere il lavoro con la maternità sale se si risiede al Sud (33,9% contro il 16,3% del Nord-Ovest) e aumenta proporzionalmente al numero di figli (il 55,5% delle madri al secondo figlio lascia il lavoro). Ad influenzare, negativamente, è anche la condizione del partner: il rischio aumenta nelle famiglie in cui il partner non è occupato oppure è occupato con una bassa posizione nella professione. Tra le madri che non lavorano più:
il 52,5% ha dichiarato di essersi licenziata o di aver interrotto l’attività che svolgeva come autonoma;
il 25% circa ha subito il licenziamento;
per il 20% circa si è concluso un contratto di lavoro o una consulenza;
il 3,6% dichiara di essere stata posta in mobilità.

Conciliazione lavoro famiglia
Tra i motivi:
il 67,1% lamenta difficoltà di conciliazione degli impegni lavorativi con quelli famigliari (78,4% nel 2005);
il 13,5%) lamenta insoddisfazione per il tipo di lavoro svolto sia in termini di mansioni che di retribuzione (6,9% nel 2005).

Nel conciliare i ruoli, le madri occupate (52,8% del totale delle madri intervistate) si trovano in difficoltà nel 42,7% dei casi. La percentuale sale al:
46,8% per le madri italiane in coppia con italiani residenti al Centro;
47,1% per le madri straniere in coppia con italiani;
49% per le madri in coppia con stranieri.

Quando lavorano, le madri che hanno avuto un figlio nel 2009/2010 :
nel 92,8% dei casi affidano il figlio a servizi o persone che se ne occupino;
nel 51,4% dei casi si rivolgono ai nonni;
nel 37,8% lo affidano ad un asilo nido;
nel 4,2% si rivolgono alle baby sitter.

Tra le madri che non hanno mandato i figli all’asilo nido, la metà (50,2%) adduce come motivazione la retta troppo cara, mentre l’11,8% la mancanza di posti. (Fonte: ISTAT).

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Ricongiungimenti. I nuovi redditi minimi per presentare domanda nel 2015
Chi vuole portare un familiare in Italia deve dimostrare di poterlo mantenere. Ecco come sono cambiate le soglie di reddito con la rivalutazione dell'assegno sociale:
Per portare i familiari in Italia, i cittadini stranieri devono dimostrare, tra le altre cose, di essere in grado di provvedere al loro sostentamento. Le soglie minime di reddito variano in base al numero e di familiari per i quali si chiede il ricongiungimento e utilizzano come parametro di riferimento l'importo dell'assegno sociale.

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In generale, il Testo Unico per l'Immigrazione prevede che chi chiede un ricongiungimento familiare abbia “un reddito minimo annuo derivante da fonti lecite non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale aumentato della metà dell'importo dell'assegno sociale per ogni familiare da ricongiungere”.

C'è però un'eccezione per i bambini: “Per il ricongiungimento di due o più figli di età inferiore agli anni quattordici è richiesto, in ogni caso, un reddito non inferiore al doppio dell'importo annuo dell'assegno sociale”. Inoltre, specifica la legge, “ai fini della determinazione del reddito si tiene conto anche del reddito annuo complessivo dei familiari conviventi con il richiedente”.

All'inzio di gennaio, come ogni anno, l'Inps ha rivalutato per il 2015 l'importo dell'assegno sociale, portandolo a 5830,76 euro. Ecco allora come sono cambiate le soglie di reddito per i ricongiungimenti familiari:

Ricongiungimento di 1 familiare: € 8.746,14
Ricongiungimento di 2 familiari: € 11.661,52
Ricongiungimento di 3 familiari: € 14.576,9
Ricongiungimento di 4 familiari: € 17.492,28
Ricongiungimento 2 o più figli che hanno meno di 14 anni: € 11.661,52
Ricongiungimento di 1 familiare e 2 o più figli che hanno meno di 14 anni: € 14.576,9
Ricongiungimento di 2 familiari e 2 o più figli che hanno meno di 14 anni: € 17.492,28

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Fai Cisl Latina:
manifestazione nazionale 30 gennaio 2015
Il Sindacato dei lavoratori agricoli e alimentaristi di Latina aderisce alla giornata di mobilitazione promossa dalla Federazione Nazionale in tutta Italia per il 30 gennaio. « I gravi fenomeni di lavoro irregolare e del caporalato presenti nell'agricoltura della provincia di Latina - sostiene la Segretaria provinciale Tiziana Priori - e il ritardo che da due anni nega a 80 mila operai, impiegati e tecnici forestali il rinnovo del Contratto nazionale nonchè le strutturali difficoltà operative dei Consorzi di Bonifica e delle Associazioni Allevatori sono tutti capitoli di un diffuso disagio dei nostri associati che a Latina da tempo ha superato ogni limite accettabile»

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« per questi motivi abbiamo subito condiviso la decisione della Federazione Nazionale di organizzare questa giornata che in tutta Italia si realizzerà con presídi di lavoratori davanti alle Prefetture o alle sedi delle Regioni : vogliamo sensibilizzare le Istituzioni e la politica verso le condizioni di vita in cui sono costretti a lavorare oltre settecentomila operai italiani e immigrati nelle aziende agricole, nelle Comunità Montane, alle dipendenze delle stesse Regioni, nella pesca e nelle Associazioni degli Allevatori » « questa - aggiunge la segretaria provinciale della Fai di Latina - non è una vertenza tesa soltanto a salvaguardare posti di lavoro e aumenti salariali, ma vuole essere un forte appello a favore del lavoro dignitoso troppo spesso umiliato da imprenditori senza scrupoli che sfruttano l'estremo bisogno di sopravvivere di tanta povera gente : è tempo che lo Stato (forze dell'ordine - Inps e ispettorati del lavoro) faccia sentire di più la sua presenza contro fenomeni indegni di un Paese civile » « quanto ai Consorzi di Bonifica e alle Associazioni Allevatori - conclude la responsabile della Fai pontina - è inaccettabile assistere a tanti proclami sul dissesto idrogeologico e sulla difesa del made in italy nei prodotti alimentari e nello stesso tempo mostrare tanta indifferenza nel garantire ad essi di fare bene il loro mestiere, peraltro demandato loro dalla Legge nazionale e dalle leggi regionali. Per obiettività - però - non possiamo nascondere il fatto che anche nella nostra provincia la gestione degli Enti consortili e dell'Associazione degli Allevatori talvolta lascia molto a desiderare e ciò chiama in causa le stesse Organizzazioni professionali degli agricoltori poco impegnate a garantire gestioni più efficienti da parte di alcuni loro soci che siedono nei Consigli di amministrazione » « così come raccomandato dalla Fai Nazionale - annuncia Tiziana Priori - durante la manifestazione del 30 gennaio consegneremo a S.E. il Prefetto - insieme al responsabile della Cisl provinciale Tommaso Ausili e al Segretario generale della Fai del Lazio Ermanno Bonaldo - un documento contenente le ragioni dell'iniziativa alla quale hanno dato la loro adesione anche le Federazioni provinciali di categoria e l'Anolf, associazione dei lavoratori immigrati »

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Manifestazione dei dipendenti dei Consorzi del Lazio - Uniti per la certezza del futuro
Lo sciopero è sempre l'ultima cosa che si vorrebbe chiedere ai Lavoratori, ma è l'unica arma che abbiamo per farci ascoltare, è solo grazie al sacrificio di chi ci ha creduto che l'Assessore Refrigeri ha preso il formale impegno a farci partecipi nel riordino della Legge Regionale 53/98, garantendo che non saranno toccati i livelli occupazionali e dandoci la certezza che entro il 30 ci sarà il primo di una serie si incontri che ci vedranno attori principali e non spettatori passivi.
Allora ancora grazie a voi che avete scioperato ... senza di voi non sarebbe stato possibile ottenere questo importante risultato.

Un grazie particolare va a Faustino Dondi di Mantova componente del coordinamento bonifica nazionale che è venuto appositamente per sostenerci....

GRAZIE GRAZIE GRAZIE

Garanzia Giovani
10mila le offerte di lavoro
Pubblicato il Report di monitoraggio periodico sul Progetto Garanzia Giovani: ad oggi sono 364.535 i giovani registrati (327.489 al netto delle cancellazioni) dei quali 10.136 hanno già ricevuto una proposta di misura. Il numero di giovani aderenti al programma è aumentato dal 18 dicembre ad oggi di oltre 9 mila unità. Alla data dell’8 gennaio i giovani registrati rappresentano il 21,2% del “bacino potenziale” previsto per il Programma: 1.723 milioni di “Neet” (Not in Education, Employment or Training), giovani di età compresa tra i 15 ed i 29 anni che non risultano né occupati né inseriti in percorsi scolastici o formativi, ma hanno manifestato interesse ad un eventuale inserimento nel mondo del lavoro.

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In Italia sono stati stanziati per lo scopo 1,5 miliardi di euro tra Commissione Europea e governo italiano. Per ora però sembra evidente una bassa adesione al Programma, sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta. Le opportunità di lavoro complessive, pubblicate dall’inizio del progetto, sono state pari a 27.094, per un totale di posti disponibili solo di 38.528. Dal punto di vista dell’identikit dei giovani iscritti all’iniziativa europea, adottata nel 2014 da tutti gli Stati Membri con specifiche particolarità:
• il 51,2% dei giovani sono di sesso maschile (+0,1% rispetto all’ultima rilevazione);
• la quota femminile aumenta progressivamente al crescere dell’età, raggiungendo il 55% tra i giovani con più di 25 anni;
• gli under 18 rappresentano il 9% degli iscritti;
• la fascia di età compresa tra i 19 e i 24 anni rappresenta il 52% dei registrati;
• il 19% ha conseguito una laurea;
• il 57% è in possesso di un diplomato;
• il 24% ha un titolo di studio di terza media o inferiore.

Con riferimento alla copertura regionale dei giovani presi in carico dai servizi per il lavoro il 72,5% delle opportunità di lavoro offerte del programma è concentrato al Nord, il 13,4% al Centro e il 13,9% al Sud, mentre solo lo 0,1% rappresenta le occasioni di lavoro all’estero. Per incrementare le opportunità al Sud, sono state istituite delle task force per supportare le Regioni Sicilia e Calabria, in attuazione della clausola di sussidiarietà della convenzione, e per il corretto e celere svolgimento delle misure e delle attività del programma operativo “Iniziativa occupazione giovani”. In più è stata attivata una nuova campagna pubblicitaria fino a metà gennaio 2015, volta ad informare i giovani, le imprese e l’opinione pubblica.

(Fonte: Report Garanzia Giovani)

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Jobs Act, in Parlamento i decreti attuativi
Arriveranno in giornata in Parlamento i primi due decreti legislativi attuativi del Jobs act varati dal Consiglio dei ministri del 24 dicembre: quello sul contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e quello sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Ad annunciarlo è il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, che mette così fine ad un'incertezza protrattasi alcuni giorni su uno dei provvedimenti, il decreto sulla nuova Aspi che attendeva la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato per la verifica delle coperture.

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Ora l'incertezza sembra risolta e, come auspicato, i decreti arriveranno insieme alle Camere. Un'operazione che, dice Taddei, "dà la dimostrazione della piena consapevolezza del Pd e del governo di fronte al cambiamento della disoccupazione italiana "salita a novembre, secondo i dati dell'Istat, al 13,4%" e sulla quale però, ipotizza, "si potrebbe vedere un miglioramento a partire dal secondo trimestre dell'anno". Intanto, in attesa che arrivino i primi segnali positivi sul fronte dei dati, su quello dei provvedimenti resta il nodo delle modifiche che da più parti vengono richieste, in particolare sui licenziamenti collettivi, come ribadito anche anche oggi dal presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano e da Pierluigi Bersani.

"L'estensione delle nuove norme sull'articolo 18 anche ai licenziamenti collettivi - dice Damiano - va cancellata e va rivista la tipizzazione dei licenziamenti disciplinari: "Dovremmo fare riferimento - spiega - al principio di proporzionalità contenuto nelle regole dei contratti nazionali". Cioè non si licenzia se uno fuma sul posto di lavoro o arriva in ritardo una sola volta". Per quanto riguarda il decreto sulla nuova prestazione di assicurazione sociale per l'impiego, approvato 'salvo intese' dal Cdm della vigilia di Natale, si prevede che l'indennità di disoccupazione dal prossimo maggio sia aumentata nella durata ad un massimo di 24 mesi ed estesa in via sperimentale per il 2015 ai collaboratori. La legge di Stabilità per gli ammortizzatori sociali stanzia risorse pari a 2,2 miliardi di euro per il 2015, altrettanti per il 2016 e 2 miliardi di euro per il 2017.

Su entrambi i decreti devono essere acquisiti i pareri delle commissioni parlamentari competenti per materia (ossia la commissione Lavoro di Senato e Camera). »L'unica cosa che chiedevamo è che ci inviassero insieme il decreto sugli ammortizzatori e quello sul contratto a tutele crescenti - dice ancora Damiano - se arrivano la prossima settimana li incardineremo« ma »per i pareri non c'è fretta, abbiamo trenta giorni«. Una volta ottenuto il parere (non vincolante), i decreti torneranno in Consiglio dei ministri per il via libera definitivo, dopo l'ok preliminare giunto alla vigilia di Natale.

Seguirà quindi la pubblicazione in Gazzetta ufficiale e l'entrata in vigore il giorno successivo. Calendario alla mano, dunque, entro metà febbraio le novità potrebbero diventare operative.

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Bonus 80 euro: come funziona nel 2015
Per il lavoratore sostanzialmente non cambia nulla, mentre ci sono differenze sul fronte degli adempimenti dell’azienda dopo le modifiche introdotte dalla Legge di Stabilità 2015 al bonus di 80 euro in busta paga per i dipendenti che guadagnano fino a 26mila euro annui. La manovra ha infatti reso strutturale il bonus in busta paga, rendendolo in pratica un aumento e cambiandone la natura tecnica, trasformandolo in detrazione. Vediamo una breve guida sul nuovo meccanismo del bonus, contenuto nei commi da 12 a 15 della Legge di Stabilità.

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Come funziona per il lavoratore
Come detto, sostanzialmente le regole sono le stesse già applicate nel corso del 2014. Il bonus 80 euro spetta ai dipendenti con uno stipendio annuo compreso fra 8mila145 e 26mila euro. Ecco nel dettaglio tutte le categorie di lavoratori che hanno diritto all’aumento:
- titolari di contratto di lavoro dipendente e assimilati;
- collaborazioni coordinate e continuative;
- compensi percepiti dai lavoratori soci delle cooperative;
- indennità e i compensi a carico di terzi dai lavoratori dipendenti per incarichi svolti in relazione a tale qualità;
- borsa di studio, premio o sussidio per fini di studio o addestramento professionale; remunerazioni dei sacerdoti;
- prestazioni pensionistiche erogate dai fondi di previdenza complementare;
- compensi per lavori socialmente utili.
Sono invece esclusi i pensionati, liberi professionisti e autonomi, disoccupati titolari di sussidio, incapienti (stipendi inferiori a 8mila 145 euro).

Attenzione: per determinare il reddito che dà diritto al bonus (al massimo 26mila euro), bisogna sommare tutte le eventuali diverse entrate che il lavoratore percepisce, escludendo solo la rendita dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze, le somme percepite a titolo di incremento della produttività soggette a imposta sostitutiva del 10%, l’eventuale anticipo del TFR in busta paga previsto sempre dalla Legge di Stabilità, gli incentivi corrisposti per il rientro dei ricercatori in Italia.

Il bonus annuo è pari a 960 euro all’anno per i redditi fino a 24mila euro, e scende progressivamente sotto questa cifra fino ad azzerarsi sopra i 26mila euro. Nel dettaglio, per i redditi fra 24mila e 26mila euro, il calcolo è il seguente: si moltiplica 960 per la differenza fra 26mila e lo stipendio divisa per 2mila.

Esempio: stipendio di 24.500 euro: 26mila -24.500 = 1500
1500 : 2000 = 0,75
690 X 0,75 = 720 euro

L’aumento viene riconosciuto direttamente in busta paga.

Come funziona per l’impresa
Il sostituto d’imposta recupera l’aumento attraverso la compensazione in F24 con tutte le tipologie di tributo disponibili. A questa compensazione non si applicano i limiti previsti dall’art. 31, comma 1, della legge n. 122/2010 (che sancisce il divieto di compensazione in presenza di debiti superiori a 1500 euro). In pratica, la compensazione è sempre possibile. E non rientra nei limiti annui previsti per i subappaltatori edili.

Come per il bonus 2014, il datore di lavoro è tenuto all’erogazione automatica in busta paga dell’aumento, in base alle informazioni che ha sul lavoratore. Quest’ultimo, è tenuto a comunicare eventuali entrate aggiuntive rispetto alla stipendio che possono concorrere al superamento dei massimali. Nel caso in cui l’impresa versi somme che alla fine risultano non dovute, può recuperarle dalle successive buste paga oppure in sede di conguaglio a fine anno. Il lavoratore che non ha più un sostituto d’imposta può recuperare, o viceversa restituire, il credito in sede di dichiarazione dei redditi.

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Cittadini stranieri: ecco le quote d’ingresso
Dal 1° novembre 2014 è entrato in vigore il decreto che autorizza l'ingresso di 15.000 cittadini stranieri per la partecipazione a corsi di formazione professionale e a tirocini formativi. Per la prima volta il provvedimento ha carattere triennale, quindi le quote potranno essere utilizzate tra il 2014 e il 2016.

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Gli ingressi sono così suddivisi:
- 7.500 unità per la partecipazione a corsi di formazione professionale della durata non superiore a 24 mesi, finalizzati al riconoscimento di una qualifica o alla certificazione delle competenze acquisite;
- 7.500 unità per lo svolgimento di tirocini formativi di orientamento promossi dai soggetti promotori individuati dalle discipline regionali in materia di tirocini extracurriculari e di orientamento, in funzione del completamento di un corso di formazione professionale.

In entrambi i casi il cittadino straniero al suo ingresso in Italia dovrà richiedere il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di studio entro 8 giorni. Questa richiesta può essere inoltrata telematicamente presso le sedi Inas.

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Sciopero generale lavoratori Consorzi di Bonifica
Fai-Cisl, Flai-Cgil e Filbi-Uil del Lazio proclamano lo sciopero di 8 ore di tutti i lavoratori dei Consorzi di Bonifica del Lazio per mercoledì 14 gennaio 2015.
Tale sciopero viene indetto per le seguenti motivazioni: nel Consorzio di Rieti i lavoratori non percepiscono lo stipendio dal mese di agosto 2014, situazione questa che ha posto i lavoratori e le loro famiglie in estrema difficoltà; la mancanza di disponibilità finanziaria che, secondo i sindacati, non è riconducibile ad una momentanea difficoltà dell’Ente, oltre che arrecare danno ai lavoratori occupati, rischia di compromettere anche l’operatività del Consorzio stesso non solo nella sua ordinaria attività ma anche e soprattutto in caso di calamità naturali; nel Consorzio di Bonifica Agro Pontino di Latina i 128 lavoratori occupati non hanno percepito la retribuzione di novembre e con molta probabilità non percepiranno neppure quella di dicembre e la gratifica natalizia.

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Le situazioni rappresentate sono solo la punta di un iceberg che potrebbe emergere con un forte impatto sociale con il coinvolgimento non solo dei lavoratori occupati ma anche dell’indotto e più in generale dell’intero tessuto sociale ed economico della Regione; infatti, il perdurare di questa situazione, di cui gli Enti non hanno saputo dare spiegazioni esaustive ed in particolare i tempi e le modalità del necessario risanamento finanziario, potrebbe, già dal prossimo mese di gennaio 2015, generare difficoltà nel pagamento degli stipendi anche negli altri consorzi di Bonifica che in tutto il Lazio sono 10, due dei quali nel territorio della provincia di Roma oltre che al reale rischio “paralisi” degli Enti di bonifica con conseguenze drammatiche per il territorio.
Preoccupazioni inoltre riguardo alla proposta di riordino dei Consorzi di Bonifica del Lazio che il competente Assessorato Regionale all’Ambiente sta predisponendo e che dovrebbe di fatto ridurre drasticamente il numero dei consorzi da 10 a 2. Ad oggi non ci è dato sapere, nonostante le molteplici richieste di chiarimenti inoltrate all’Assessorato all’Ambiente, di come si intenda procedere al riordino e le conseguenti ricadute occupazionali. Ricordiamo che nel Settore Bonifica non sono previsti ammortizzatori sociali.
Per quanto, sinteticamente, sopra esposto, le Federazioni Regionali e Territoriali di Fai-Cisl, Flai-Cgil e Filbi-Uil del Lazio, facendo seguito allo stato di agitazione proclamato nelle settimane scorse con blocco dello lavoro straordinario e delle flessibilità, non avendo avuto risposta dalle Direzione Consortili e dal competente Assessorato all’Ambiente, proclamano una giornata di sciopero in tutti i Consorzi di Bonifica della Regione Lazio il giorno 14 gennaio 2015 con una manifestazione a Roma davanti la Sede della Regione Lazio, in Via Rosa Raimondi Garibaldi.
Rimangono confermate le attività rientranti nei servizi pubblici essenziali: scolo dei terreni, irrigazione dei terreni, fornitura di acqua ad uso idropotabile e presidio dei relativi impianti comprese le dighe.

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LA STRAGE AL CHARLIE HEBDO
Furlan: "Salvaguardare la democrazia e la libertà in tutti i paesi del mondo"
La Cisl esprime cordoglio di tutti i propri iscritti e dirigenti alle famiglie delle vittime del tragico attentato terroristico alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo. "E' stato un atto di una tale violenza e brutalità che ci ha lasciato tutti sgomenti e senza parole- sottolinea il Segretario Generale della Cisl, Annamaria Furlan. "Siamo profondamente vicini ai giornalisti ed ai lavoratori francesi colpiti da questo barbaro attentato terroristico alla libertà di stampa che non ha alcuna giustificazione ideologica, religiosa o politica. Speriamo che le autorità francesi possano fare piena luce sull'accaduto, per salvaguardare la democrazia, la libertà di espressione e la convivenza pacifica in Francia ed in tutti i paesi del mondo". E nel pomeriggio anche una delegazione della Cisl ha partecipato in Piazza Farnese alla fiaccolata di solidarietà organizzata dalla Federazione Nazionale della Stampa contro il barbaro attacco terroristico.



Disoccupazione, nuovo record al 13,4%.
I giovani salgono al 43,9%
Nuovo record per i senza lavoro. Infatti, a novembre il tasso di disoccupazione sale ancora, raggiungendo quota 13,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto ad ottobre. L'allarme dell'Istat indica che siamo di fronte ad un massimo storico, il valore più alto sia dall'inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia delle trimestrali, ovvero dal 1977 (37 anni fa). Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni a novembre balza al 43,9%, in rialzo di 0,6 punti percentuali su ottobre. È il valore più alto mai registrato sia dall'inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia di quelle trimestrali, ovvero dal 1977. Risultano in cerca di un lavoro ben 729 mila under 25. I disoccupati a novembre toccano la cifra di 3 milioni 457 mila, con una crescita di 40 mila unità rispetto a ottobre (+1,2%) e di 264mila su base annua (+8,3%).

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Il tasso di inattivi a novembre resta fermo al minimo storico del 35,7%, ma, in valore assoluto, il numero di coloro che non sono occupati né cercano un lavoro è sceso in un anno a 312mila unità. La tendenza degli ultimi mesi sembra quindi associare a un calo dell'inattività e dell'occupazione un aumento della disoccupazione.

"I dati Istat odierni continuano purtroppo a segnare indici decisamente negativi sia rispetto al tasso di disoccupazione "da record" ( 13,4% ) raggiunto lo scorso novembre con un pesante - 0,2% rispetto al mese precedente, sia osservando la nostra specificità più negativa, ossia un complessivo 43,9% di disoccupazione per i giovani, dai 15 ai 24 anni in cerca di lavoro, stabilendo anche qui un nuovo "record assoluto", ha commentato il segretario confederale della Cisl, Gigi Petteni. "Ancor più preoccupante - dice Petteni - la lettura degli stessi dati rispetto alla situazione europea e dell'eurozona in particolare, che segna un ormai stabile 11,5% come tasso di disoccupazione complessivo, mentre l'Italia fa registrare gli indici negativi più alti anche a livello di media annua totale, al contrario di altri paesi come la Grecia, la Spagna e l'Ungheria che vedono migliorare decisamente la loro drammatica condizione rispetto alla disoccupazione dell'ultimo anno".

Peraltro, il dato italiano mette a nudo le differenze rispetto alla situazione europea, a tutto svantaggio dell'Italia. Secondo il dato diffuso da Eurostat, il tasso dell'Eurozona è stato pari all'11,5% nell'Eurozona: stabile rispetto al mese precedente ma in calo rispetto a un anno fa, quando era all'11,9%. Scende invece, a sorpresa, il tasso di disoccupazione in Germania: a dicembre il tasso si attesta al 6,5% dal 6,6% di novembre e a fronte di attese degli analisti per un tasso fermo. A comunicare i dati destagionalizzati l'Ufficio di statistica tedesco Destatis che comunica anche la forte flessione del numero dei disoccupati di 27 mila unità, a fronte di un'attesa per un calo di 7 mila unita' (erano scesi di 16mila a novembre). Il dato armonizzato a livello internazionale è invece rimasto stabile, ma su livelli bassissimi: 5 per cento.

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Guida alla nuova NASpI
In attuazione della legge delega di Riforma del Lavoro, il Jobs Act, il Consiglio dei Ministri del 24 dicembre ha approvato anche un decreto relativo alla riforma degli ammortizzatori sociali, che introduce importanti novità in tema di ASpI. Nel dettaglio l’assicurazione per l’impiego introdotta dalla Legge Fornero dell’estate 2012 dal primo maggio 2015 si chiamerà NASpI - che sta per Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego – mentre per i collaboratori coordinati e continuativi arriva un’indennità di disoccupazione chiamata DIS-COLL. I nuovi ammortizzatori si rivolgono dunque a una platea più ampia di lavoratori, e sostituiscono da subito ASpI e mini-ASpI, e si applicano ai lavoratori dipendenti a partire dal prossimo mese di maggio e ai cocopro dal primo gennaio 2015.

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Destinatari della nuova NASpI
Percepiranno la Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego tutti i lavoratori dipendenti che perderanno il lavoro dal prossimo 1° maggio 2015, esclusi gli assunti a tempo indeterminato del pubblico impiego, e gli operai agricoli a tempo determinato e indeterminato. In tutti i casi, il lavoratore deve aver perso involontariamente la propria occupazione: oltre a tutti i casi di licenziamento, è riconosciuta anche a chi si dimette per giusta causa e nelle risoluzione consensuali di rapporti di lavoro in seguito a procedure di conciliazione o procedimenti disciplinari (in base all’articolo 7 della legge 604/1966, come modificato dal comma 40 dell’articolo 1 della legge 92/2012. Altri requisiti:
• stato di disoccupazione ai sensi dell’articolo 1, comma 2, lettera c del Dlgs 181/2000: lavoratori che hanno perso l’impiego e siano immediatamente disponibili alla ricerca di un’attività lavorativa;
• almeno 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti l’inizio della disoccupazione;
• almeno 18 giornate di lavoro effettivo o equivalenti, a prescindere dal minimale contributivo, nei 12 mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.

Destinatari della DIS COLL
In attesa dell’esercizio delle altre deleghe previste dalla Riforma del Lavoro, che prevedono il superamento dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa, per tutto il 2015 ai cocopro e ai cococo iscritti alla gestione separata, non pensionati, e senza partita IVA, che abbiano perduto involontariamente il lavoro, è riconosciuta un’indennità mensile chiamata DIS-COLL.
Ulteriori requisiti:
• stato di disoccupazione ai sensi dell‘articolo 1, comma 2, lettera c, del decreto legislativo 181/2000;
• almeno tre mesi di contribuzione nel periodo che va dal primo gennaio dell’anno solare precedente la cessazione dal lavoro al predetto evento;
• nell’anno solare in cui inizia la disoccupazione, almeno un mese di contribuzione oppure un rapporto di collaborazione di durata pari almeno ad un mese con un reddito almeno pari alla metà del importo che dà diritto all’accredito di un mese di contribuzione.

Calcolo, misura e procedure NASpI
La NASpI è l’ammortizzatore destinato ai lavoratori dipendenti, è rapportata alla retribuzione imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni, divisa per il numero di settimane di contribuzione e moltiplicata per il numero 4,33:
• se la retribuzione mensile è pari o inferiore a 1195 euro, l’indennità è pari al 75% della retribuzione;
• se lo stipendio è superiore, l’indennità è pari al 75% a cui si aggiunge il 25% della differenza fra la retribuzione mensile e il tetto di 1195 euro.

In ogni caso, nel 2015, l’assegno non può superare i 1300 euro mensili. A partire dal quinto mese di fruizione, l’indennità è ridotta del 3% al mese. Dal prossimo 2016, la riduzione del 3% si applicherà a partire dal quarto mese. L’indennità è pagata mensilmente, per un numero di settimane pari alla metà di quelle di contribuzione degli ultimi quattro anni. A partire dal 2017, la NASpI non potrà comunque essere percepita per più di 78 settimane.

La domanda va presentata all’INPS, in via telematica, entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. Decorre dal giorno successivo alla data di presentazione della domanda e in ogni caso non prima dell’ottavo giorno successivo alla cessazione del rapporto di lavoro.

La NASpI viene erogata fino a quanto permane lo stato di disoccupazione ed è condizionata anche alla regolare partecipazione a iniziative di attivazione lavorativa e a percorsi di riqualificazione professionale proposti dai servizi competenti. Le modalità precise di attuazione verranno regolamentate da decreto ministeriale. Se il lavoratore instaura un nuovo rapporto di lavoro inferiore ai sei mesi mentre sta ancora percependo il sussidio, può interromperlo per un massimo di sei mesi. Se instaura un rapporto di lavoro con uno stipendio annuale inferiore al minimo per presentare la dichiarazione dei redditi, continuerà a percepire la NASpI, con un trattamento ridotto. Se infine intraprende un’attività autonoma, dovrà informare l’INPS entro un mese, dichiarare il reddito annuo previsto, e percepirà un’indennità ridotta di un importo pari all’80% del reddito previsto.

NASpI anticipata
Come per l’ASpI, è previsto che il lavoratore possa chiedere l’anticipazione del sussidio in un’unica soluzione allo scopo di avviare iniziative imprenditoriali o professionali autonome. Il lavoratore in questo caso deve presentare domanda all’INPS entro 30 giorni dall’avvio della nuova attività. Se poi instaura un rapporto di lavoro dipendente, deve restituire l’anticipazione ottenuta.

Cause di decadenza
Cause di decadenza dall’indennità NASpI:
• perdita dello stato di disoccupazione;
• inizio di attività lavorativa subordinata o autonoma senza provvedere alle comunicazioni previste all’INPS;
• raggiungimento dei requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato;
• acquisizione del diritto all’assegno ordinario di invalidità (in questo caso, è possibile scegliere la NASpI invece dell’assegno di invalidità, ma non cumularli);
• violazione delle regole a cui è condizionato il trattamento.

La NASpI da diritto alla contribuzione figurativa, ed è riconosciuta anche ai soci lavoratori delle cooperative e al personale artistico con rapporto subordinato a tempo indeterminato.

Trattamento di disoccupazione ASDI
I lavoratori che quando finisce la NASpI non hanno ancora trovato lavoro e si trovano in una condizione economica di bisogno (misurata attraverso l’ISEE, indicatore della situazione economica equivalente), hanno diritto a un ulteriore sussidio, ASDI (assegno di disoccupazione), in via sperimentale per l’anno 2015. Inizialmente, questo sostegno è riconosciuto prioritariamente ai lavoratori appartenenti a nuclei familiari con minorenni e a coloro che sono in età vicina al pensionamento. In seguito, sarà valutata l’estensione della misura. Il sussidio dura al massimo sei mesi, è pari al 75% dell’ultima NASpI percepita, viene aumentata a seconda dei carichi familiari.

Il sussidio è cumulabile con redditi da lavoro, in base a criteri e massimali che verranno stabiliti con apposito decreto attuativo, ed è previsto che vada accompagnato da un progetto personalizzato di reinserimento nel lavoro.

Calcolo, misura e procedura DIS-COLL
Il trattamento per i collaboratori è rapportato al reddito imponibile ai fini previdenziali relativo all’anno in cui è avvenuta la cessazione del rapporto e a quello precedente, diviso per i mesi di contribuzione. E’ pari al 75% del reddito se questo è pari o inferiore a 1195 euro mensili, mentre se il reddito è superiore al 75% si aggiunge il 25% della differenza fra quanto percepito e il massimale. L’assegno 2015, come per la NASpI, non può superare i 1300 euro al mese, è ridotto del 3% a partire dal quinto mese, è corrisposto per un numero di mesi pari alla metà di quelli di contribuzione presenti nel periodo che va dal primo gennaio dell’anno solare precedente alla cessazione del lavoro al predetto evento. Dura al massimo sei mesi. Non prevede contributi figurativi. La domanda va presentata all’INPS entro 68 giorni dalla cessazione del lavoro. L’indennità è condizionata al permanere dello stato di disoccupazione e alle stesse altre caratteristiche della NASpI. È sospesa in caso di impiego subordinato, è ridotta per chi intraprende un’attività autonoma (con le stesse regole della NASpI).

(Fonte: Decreto sulla nuova NASpI).

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Guida al contratto indeterminato a tutele crescenti
Le PMI che superano la soglia dei 15 dipendenti, effettuando nuove assunzioni con il contratto indeterminato a tutele crescenti previsto dalla prima delega del Jobs Act esercitata dal Governo, continuano a non applicare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori a tutti gli assunti. È una delle misure della delega sul contratto indeterminato a tutele crescenti di maggior interesse per le PMI. Il decreto è stato approvato dal Consiglio dei Ministri dello scorso 24 dicembre (insieme a quello sulla nuova ASpI, anch’esso in esecuzione del Jobs Act).
Il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti si applica a partire dal primo gennaio 2015, sostituisce per le nuove assunzioni il vecchio tempo indeterminato (che resta inalterato per i contratti già in essere), e prevede sostanzialmente novità in materia di licenziamento, allentando di molto i vincoli dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Il diritto al reintegro per il lavoratore ingiustamente licenziato, in pratica, sparisce per tutti i licenziamenti di tipo economico (giustificato motivo oggettivo) e disciplinare (giustificato motivo soggettivo o giusta causa), mentre resta in tutti i casi di licenziamento discriminatorio.

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Giustificato motivo e giusta causa
In tutti i casi di licenziamento non discriminatorio, se il giudice stabilisce l’illegittimità, al posto del reintegro, è prevista un’indennità economica, non assoggettata a contribuzione previdenziale, pari a due mensilità (calcolate sull’ ultima retribuzione) per ogni anno di servizio. La somma deve comunque essere compresa fra quattro e 24 mensilità (due anni). Questo vale non solo per il giustificato motivo oggettivo (motivazione economica, in genere dovuta a ristrutturazione aziendale), ma anche per il giustificato motivo soggettivo e la giusta causa (motivazione disciplinare).

Attenzione: in tutti i casi sopra citati resta però il diritto al reintegro se il giudice stabilisce l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore. In pratica, sottolinea il decreto, se il fatto contestato è insussistente, non viene effettuata alcuna valutazione rispetto alla sproporzione del licenziamento. Semplicemente, il giudice annulla il provvedimento, e:

«Condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore abbia percepito per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire accettando una congrua offerta di lavoro ai sensi dell’articolo 4, comma 1, lettera c, del decreto legislativo 181/2000».

Insomma, restano tutte le tutele attualmente previste in caso di licenziamento illegittimo (reintegro e risarcimento). L’indennità risarcitoria non può superare le 12 mensilità.

PMI sotto i 15 dipendenti
Tutto questo vale solo per le imprese sopra i 15 dipendenti, sotto questa soglia continua a non essere previsto il reintegro (tranne che nel caso dei licenziamenti discriminatori). Nelle piccole imprese la misura dell’indennità in caso di licenziamento ingiustificato è dimezzata (quindi è pari a una mensilità per ogni anno di lavoro), e non può comunque superare le sei mensilità. Per le PMI c’è anche un’altra previsione importante nel decreto: l’articolo 1, comma 2, prevede che, dal primo gennaio 2015, quando superano la soglia dei 15 dipendenti (sopra la quale, come è noto, si applica l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori), effettuando assunzioni a contratto indeterminato a tutele crescenti, le nuove regole sulla disciplina dei licenziamenti continuano a valere anche per i vecchi assunti. In parole semplici, ai vecchi assunti a tempo indeterminato delle PMI sotto i 15 dipendenti che superano questa soglia, si applicano in materia di licenziamento le stesse regole del contratto indeterminato a tutele crescenti, non quelle del “normale” tempo indeterminato.

Licenziamento discriminatorio
Per questa fattispecie non cambia nulla, resta in tutti i casi il reintegro, a prescindere dalle dimensioni aziendali. Il reintegro continua a essere previsto anche in tutti i casi di nullità del licenziamento previsti dalla legge, ai caso di licenziamento intimato in forma orale. Se, in seguito al provvedimento di reintegro stabilito dal giudice, il lavoratore non riprende servizio entro 30 giorni dall’ invito del datore di lavoro, il rapporto di lavoro è risolto. Questa non vale nel caso in cui il dipendente abbia già espresso, nei termini previsti, la volontà di sostituire il reintegro con l’indennità risarcitoria, che è pari a 15 mensilità. Il lavoratore di cui viene ordinato il reintegro ha anche diritto a un’indennità che non può essere inferiore a cinque mensilità.

Vizi formali e procedurali
Al di fuori del caso, sopra citato, in cui il licenziamento sia comunicato solo verbalmente (nel quale è previsto il reintegro), se ci sono altri vizi di forma o procedura (violazione dei requisiti di motivazione previsti da articolo 2, comma 2, legge 604/1966, o articolo 7 legge 300/1970), il rapporto di lavoro è comunque estinto, ma il giudice condanna l’azienda al pagamento di un’indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale pari a una mensilità per ogni anno di servizio, in misura non inferiore a due e non superiore a 12 mensilità (a meno che non venga accertata la sussistenza di altre tutele previste dalla legge).

Revoca del licenziamento o conciliazione
Se entro 15 giorni dall’ impugnazione del licenziamento il datore di lavoro revoca il provvedimento, il rapporto di lavoro viene ripristinato senza soluzione di continuità. L’articolo 6 del decreto offre poi una nuova possibilità di conciliazione: al momento del licenziamento, il datore di lavoro può offrire un risarcimento pari a una mensilità per ogni anno di servizio, che deve essere compreso fra due e 18 mensilità, che non costituisce reddito imponibile ai fini IRPEF e non è assoggettato a contribuzione previdenziale. Se il lavoratore accetta, il rapporto di lavoro è definitivamente concluso e il licenziamento non è più impugnabile.

Licenziamento collettivo
Tutte le nuove regole sui licenziamenti previste dal nuovo contratto a tutele crescenti sono valide anche nei caso di licenziamento collettivo, in deroga quindi alle procedure previste dalla relativa legge (223/1991), in base alle quali in questi casi è comunque necessario un accordo sindacale. L’articolo 10 del decreto stabilisce che, se il licenziamento collettivo è intimato senza l’osservanza della forma scritta, vale il reintegro. In tutti gli altri casi, invece, si applicano le indennità economiche previste per i licenziamento per giustificato motivo oggettivo, soggettivo, giusta causa. In pratica, convergono le procedure per licenziamenti individuali e collettivi.

Contratto di ricollocazione
In tutti i casi di licenziamento illegittimo, il lavoratore (che non è stato reintegrato, ma ha ricevuto l’indennità descritta precedentemente) ha diritto di ricevere dal Centro per l’impiego territorialmente competente un voucher rappresentativo della dote individuale di ricollocazione. Presentando questo voucher a un’agenzia per il laovro, pubblica o privata, ha diritto al contratto di ricollocazione, che prevede:

- assistenza appropriata nella ricerca di nuova occupazione;
- diritto del lavoratore alla realizzazione, da parte dell’agenzia, di iniziative di ricerca, addestramento, formazione o riqualificazione professionale mirate a sbocchi occupazionali effettivamente esistenti e appropriati in relazione alle capacità del lavoratore e alle condizioni del mercato del lavoro nella zona ove il lavoratore è stato preso in carico;
- dovere del lavoro di cooperare con l’agenzia.

L’ agenzia incasserà l’ammontare del voucher, proporzionato al profilo di occupabilità del lavoratore, solo nel caso in cui il lavoratore trovi un nuovo impiego.

(Fonte: schema di Dlgs sul contratto indeterminato a tutele crescenti)

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IMU su terreni montani sospesa dal TAR
Bocciato dal TAR del Lazio il provvedimento che prevede l’applicazione dell’IMU sui terreni agricoli situati nei Comuni di montagna. Il ricorso era stato presentato al TAR dalle ANCI locali in merito alla nuova classificazione dei Comuni di montagna: in base ai dati ISTAT rientrano tra i territori montani solo quelli al di sopra della quota di 600 metri d’altitudine. A dover pagare l’IMU 2014 entro il 26 gennaio 2015 dovrebbero essere tutti i proprietari di terreni agricoli non montani a prescindere dalla professione esercitata, a meno che il Comune non abbia previsto esenzioni per i coltivatori diretti o gli imprenditori agricoli.

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Sono invece esentati dal versamento del tributo i terreni agricoli appartenenti a Comuni situati a un’altitudine superiore a 600 metri e i terreni situati a un’altitudine di almeno 281 metri se posseduti (oppure detenuti in comodato o in affitto) da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali (IAP) iscritti nella previdenza agricola. Il Tribunale amministrativo, però, deciderà definitivamente sull’imposta solo il 21 gennaio.

La sospensiva del TAR deriva dalla considerazione che ci sono diversi terreni di competenza di Comuni il cui Municipio è situato al di sotto dei 600 metri posti in realtà ben oltre tale quota. Ad essere contestati sono anche i tempi del decreto sull’esenzione IMU sui terreni agricoli montani, arrivato troppo tardi per consentire ai Comuni di programmare per tempo le nuove entrate derivanti dall’obbligo di IMU sui terreni agricoli, in compensazione dei 360 milioni di tagli statali. Se la sentenza del TAR venisse confermata, ad essere coinvolti sarebbero 4 mila Comuni, il cui mancato gettito dovrebbe essere compensato dal Governo.

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Riforma ISEE 2015: tutti i nuovi indicatori
Il 1° gennaio 2015 entra in vigore il nuovo ISEE : con la Circolare 171/2014, l’ INPS fornisce le prime istruzioni relative al nuovo Indicatore della Situazione Economica Equivalente (necessario per accedere a determinati servizi di welfare e prestazioni sociali), così come riformato dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 159 del 5 dicembre 2013. I chiarimenti INPS riguardano i principi normativi del nuovo ISEE 2015 e l’applicazione della nuova normativa, con riferimento sia all’ ISEE ordinario che all’ ISEE relativo a situazioni specifiche.

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Calcolo ISEE
L’ INPS precisa che gli art. 1 e 2 del DPCM 159/2014 non cambiano né la definizione né il metodo di calcolo ISEE rispetto alla normativa pre-riforma, che prevede il rapporto tra l’ ISE (Indicatore della Situazione Economica) e la scala di equivalenza. Anche la nozione di ISE non è stata modificata: rappresenta la somma dei redditi con una quota (il 20%) dei patrimoni mobiliari ed immobiliari di tutti i componenti il nucleo familiare.

Nuovi ISEE
A cambiare è il fatto che non esisterà più un solo ISEE valido per tutte le prestazioni, ma è prevista una pluralità di indicatori specifici per le diverse applicazioni:

- ISEE Standard o ordinario: valido per la generalità delle prestazioni sociali agevolate;
- ISEE Università: per l’accesso alle prestazioni per il diritto allo studio universitario;
- ISEE Sociosanitario: per l’accesso alle prestazioni sociosanitarie, ad esempio assistenza domiciliare per le persone con disabilità e/o non autosufficienti;
- ISEE Sociosanitario-Residenze: tra le prestazioni socio-sanitarie alcune regole particolari si applicano alle prestazioni residenziali;
- ISEE Minorenni con genitori non coniugati tra loro e non conviventi: per le prestazioni agevolate rivolte ai minorenni che siano figli di genitori non coniugati tra loro e non conviventi;
- ISEE Corrente: consente di calcolare un ISEE con riferimento ad un periodo di tempo più ravvicinato al momento della richiesta della prestazione, ad esempio a seguito di risoluzione del rapporto o sospensione dell’attività lavorativa, si potrà aggiornare l’ ISEE senza aspettare periodi più lunghi come da precedente normativa.

Chiarimenti normativi
L’Istituto analizza i vari articoli del DPCM 159/2014, compresi:
- artt. 3, 4 e 5: nucleo familiare e situazione reddituale e patrimoniale;
- articolo 10: DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica);
- artt. 11 e 12: controlli, CAF e disciplinare tecnico;
- articolo 13: assegno familiare (con almeno tre figli minori) e di maternità concessi dai Comuni, con revisione delle soglie.

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Permessi di lavoro retribuiti: quando e come richiederli
I permessi di lavoro retribuiti equivalgono a periodi di tempo in cui il dipendente, sia nel pubblico sia nel privato, può assentarsi dal posto conservando la normale retribuzione secondo quanto stabilito dalla legge o dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL). Vediamo quando è possibile usufruirne e con quali requisiti.

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Lutto o infermità
I lavoratori dipendenti, pubblici e privati, godono di un permesso retribuito di tre giorni l’anno in caso di decesso o grave infermità documentata del coniuge (anche legalmente separato) o di un parente entro il secondo grado, anche se non convivente. Per usufruirne è necessario:
- rendere nota al datore di lavoro la causa del permesso e i giorni nei quali intende assentarsi;
- espletare il permesso entro sette giorni dal decesso o accertamento dell’infermità (esclusi festivi e non lavorativi).

Allattamento
Per il primo anno di vita del figlio (fino a tre anni in caso di handicap grave del bambino), la madre lavoratrice (anche in caso di adozione o affidamento) ha diritto a due riposi quotidiani per allattamento della durata di un’ora ciascuno (raddoppiati in caso di parto plurimo) fruibili anche consecutivamente (nel caso di giornata lavorativa di durata inferiore a sei ore, si ha diritto a un solo riposo giornaliero di un’ora) e conteggiati interamente con accredito dei contributi figurativi. Il permesso spetta al padre se:
- i figli sono affidati solo a lui;
- la madre lavoratrice dipendente non se ne avvale;
- la madre non è lavoratrice dipendente;
- la madre è deceduta o gravemente malata.

Disabili in famiglia
In caso di presenza nel nucleo familiare di un disabile grave, il lavoratore (genitore, coniuge, parente o affine entro il secondo grado ossia nonni, nipoti, fratelli e cognati) può assentarsi dal lavoro per 3 giorni o 18 ore al mese non cumulabili.
Il permesso retribuito – cumulabile in caso di più familiari affetti da grave disabilità - non influisce su pensione, anzianità di servizio, ferie né tredicesima e:
- può essere utilizzato da parenti e affini entro il terzo grado (zii e bisnonni) se i genitori o il coniuge del disabile sono deceduti, mancanti, hanno compiuto i 65 anni oppure sono affetti da patologie invalidanti;
- si riferisce a un solo famigliare del disabile, tranne nel caso del figlio, in cui entrambi i genitori possono assentarsi dal lavoro non contemporaneamente;
- è fruibile solo se il disabile grave è riconosciuto tale da un’apposita commissione dell’Asl, tranne nel caso della sindrome di Dawn, in cui è abilitato anche il medico di famiglia o il pediatra;
- decade se il disabile è ricoverato a tempo pieno presso una struttura sanitaria, tranne che in concomitanza di visite o terapie per le quali è necessario che venga accompagnato fuori dalla struttura da un famigliare.

Donazione sangue o midollo
I lavoratori dipendenti che donano il sangue hanno diritto all’ astensione dal lavoro conservando la propria retribuzione e l’accredito figurativo dei contributi previdenziali per l’intera giornata e per le successive 24 ore, come in caso di donazione di midollo osseo (il costo viene sostenuto dal datore di lavoro che può chiedere un rimborso INPS). Il lavoratore deve:
- avvertire prima il datore di lavoro secondo quanto previsto dal proprio CCNL;
- fare il prelievo in un centro di raccolta fisso o mobile autorizzato dal Ministero della Salute;
- esibire un certificato medico.

Cariche pubbliche elettive
Se il lavoratore dipendente, sia pubblico sia privato, detiene cariche pubbliche elettive, gode del diritto di assentarsi per prendere parte alle sedute dell’organismo che rappresenta (consiglio comunale, provinciale, comunità montane, unioni di comuni ecc.) e dei consigli circoscrizionali (solo per i Comuni con popolazione maggiore a 500mila abitanti). Il permesso:
- riguarda il tempo necessario a raggiungere e partecipare alle assemblee: se queste si tengono in serata, il lavoratore ha il diritto di tornare sul posto di lavoro dopo le 8.00 del giorno successivo, ma se si protraggono dopo la mezzanotte, il lavoratore ha il diritto di assentarsi dal lavoro per la giornata successiva;
- consente al lavoratore di assentarsi per non più di 24 ore al mese in caso di copertura di particolari cariche, quali presidente di consiglio comunale o provinciale, assessori comunali e provinciali, aumentate a 48 nel caso di sindaci e presidenti delle province (è possibile beneficiare di permessi non retribuiti fino a 24 ore al mese).

Esami e concorsi
Ad esclusione di casi sporadici per pochissimi CCNL, al lavoratore dipendente sono concessi otto giorni l’anno non cumulabili di permesso retribuito, per affrontare esami e concorsi validi solo per il giorno in cui si tiene l’evento, a patto che questi ne faccia comunicazione al datore di lavoro producendo anche una certificazione rilasciata dalla commissione esaminatrice in cui si attesti l’effettiva partecipazione alla sessione. Il permesso non riduce le ferie né l’anzianità del servizio ma esclude i compensi per il lavoro straordinario e quelli riconducibili all’effettiva prestazione, quali indennità di turno e reperibilità.

Studio
I lavoratori studenti, iscritti a regolari corsi di studio presso scuole di istruzione primaria, secondaria e di qualificazione o formazione professionale, sia statali sia parificate, riconosciute legalmente o abilitate al rilascio di titoli validi legalmente, possono beneficiare dei permessi studio utilizzabili solo per la frequenza dei corsi secondo queste regole:
- le ore di permesso concesse ammontano solitamente a 150 in un triennio, ma possono salire fino a 250 nel caso di un corso di studi compreso nel ciclo della scuola dell’obbligo;
- i lavoratori hanno il diritto di ottenere turni di lavoro che gli consentano di coprire al meglio la frequenza dei corsi, e possono non prestare lavoro straordinario o in occasione dei risposi settimanali.

Matrimonio
In caso di nozze il lavoratore ha diritto a 15 giorni (incluso quello della cerimonia) consecutivi di permessi retribuiti:
- validi durante l’anno solare in cui si è congiunto in matrimonio;
- non influenti sui giorni di ferie maturati;
- considerati ai fini dell’anzianità di servizio.

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IMU terreni agricoli: aliquote e proroga al 26 gennaio
Il rinvio IMU sui terreni agricoli montani è ufficiale: i proprietari non dovranno versare nulla entro il 16 dicembre, la scadenza per il pagamento del saldo 2014: lo slittamento del tributo secondo le nuove regole – in base all’altitudine del Comune o all’attività d’impresa, professionale di coltivatori diretti – è il 26 gennaio 2015. Entro il prossimo 26 gennaio i proprietari dei terreni agricoli montani chiamati al versamento dell’imposta dovranno pagare acconto e saldo in un’unica soluzione, visto che a giugno 2014 risultavano esenti saltando pertanto l’appuntamento con la prima rata.

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Rinvio IMU
Il relativo decreto è stato approvato dal Consiglio dei Ministri del 12 dicembre: fra i motivi del rinvio, le difficoltà applicative di una tassa regolamentata in extremis, con un provvedimento del Ministero dell’Economia di fine novembre. Inizialmente il Governo aveva annunciato una proroga a giugno 2015, ipotesi poi abbandonataper esigenze di cassa dei Comuni, che potranno conteggiare convenzionalmente il maggior gettito IMU nel bilancio 2014. La misura vale 350 milioni di euro, finanziando parte dell’aumento da 80 euro in busta paga ai dipendenti partito nel 2014 e confermato nel 2015.

Nuove esenzioni
In realtà, le associazioni di categoria chiedono che la norma venga rivista, esprimendo disappunto per il criterio altimetrico (ritenuto poco equo). L’attuale formulazione prevede che l’esenzione resti solo per i terreni che si trovano in Comuni con altitudine superiore ai 600 metri oppure sopra i 281 nei soli casi in cui il proprietario sia un coltivatore diretto o un imprenditore agricolo professionale. Non si esclude che l’esecutivo vada incontro alle richieste di modifica, ma sembra difficile possa succedere entro il 26 gennaio.

Aliquote
L’aliquota IMU sarà quella dello 0,76%, ma vengono salvaguardati i casi in cui l’amministrazione abbia eventualmente deliberato un’aliquota diversa per il 2014: è una cosa possibile solo nei 652 Comuni classificati dall’Istat come «parzialmente montani», nei quali l’esenzione era limitata alle zone più alte del territorio comunale, mentre in tutti gli altri casi i terreni erano esenti, quindi non ci sono delibere con aliquote specifiche.

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Stabilità 2015, dubbi e critiche sul TFR in busta paga
Lavoratori dipendenti poco entusiasti per l’opzione TFR anticipato in busta paga, ancor più guardando alle ricadute negative sulla previdenza complementare, di pari passo con le nuove regole sui fondi pensione, liquidazione e all’ aumento della tassazione della previdenza privata: se ne discute in Commissione Bilancio del Senato, in sede di analisi degli emendamenti alla Legge di Stabilità 2015.

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Anticipo TFR

Secondo un sondaggio SWG, il 67% dei dipendenti non ha intenzione di chiedere l‘anticipo, mentre il 16% è indeciso e solo il 17% pensa di farlo. Tra questi, il 45% non intende spenderlo ma mettere i soldi da parte, il 15% vuole investirlo, il 21% usarlo per pagare conti e spese, il 13% tenerlo in banca, il 5% usarlo per nuovi acquisti.

Poco spazio, insomma, al rilancio dei consumi che la norma vorrebbe sostenere. Anche perché dal sondaggio emerge un impoverimento delle famiglie: il 22% arriva a fine mese con molte difficoltà (nel 2009, la percentuale era ridotta al 12%), mentre l’8% spende regolarmente l’intero stipendio prima della fine del mese.

Ricordiamo che la Legge di Stabilità prevede che dal 2015 al 2018 il dipendente possa chiedere l’anticipo del TFR, versato mensilmente in busta paga con lo stipendio, applicando la tassazione ordinaria (invece di quella separata, più vantaggiosa). Le PMI possono farsi anticipare le somme alla banca con un finanziamento assistito da garanzia, restituendo il prestito quando termina il rapporto di lavoro alle stesse condizioni previste per la liquidazione al dipendente. Nell’ attesa di vedere come si comporteranno i dipendenti da marzo 2015, quando dovrebbe essere operativa la misura, arrivano critiche dal mondo economico.

Dopo le perplessità espresse in sede di audizione parlamentare da Banca d’Italia e Corte dei Conti, arriva una presa di posizione di Assofondipensione, che ritiene la misura un pericolo per lo sviluppo della previdenza complementare. L’associazione (Confindustria, Confcommercio, Confservizi, Confcooperative, Legacoop, Agci, Cgil, Cisl, Uil e Ugl) esprime preoccupazione ritenendo che l’anticipazione del TFR, unitamente all’ aumento della tassazione sui fondi pensione prevista dalla Legge di Stabilità (dall’ 11 al 20%, ma in Senato potrebbe limitarsi al 17%), una minaccia al sistema della previdenza complementare, che coinvolge circa 2 milioni di lavoratori. Sulla tassazione dei fondi pensione l’associazione non esclude ricorsi per via giudiziaria, anche rivolgendosi alla Corte Europea.

Nel frattempo, Assofondipensione fornisce nuovi dati sull’ andamento delle pensioni integrative: dal dicembre 2013 al settembre 2014, i fondi istituiti dalla contrattazione collettiva sono saliti del 5,8%, i fondi aperti del 5,9%, i piani individuali di tipo assicurativo del 5,1%. Rendimenti quindi più convenienti rispetto al +1,7% della rivalutazione del TFR nel 2013, che nei primi nove mesi 2014 si è ridotta all’ 1%. In questi casi vale sempre la pena di ricordare la differenza di fondo fra la rivalutazione del TFR, che è certa, e il rendimento dei fondi pensione, che oscillano con il mercato incamerando quindi percentuali di rischio proprie degli investimenti finanziari.

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Pensioni in Italia: assegni e spesa previdenziale 2015
Pensioni: l’Italia è il paese OCSE in cui la spesa previdenziale è in assoluto più alta; le riforme hanno migliorato la sostenibilità del sistema nel lungo periodo ma senza miglioramenti sull’ importo degli assegni, che restano bassi: è il giudizio del OECD Pensions Outlook 2014 sulle pensioni. Il punto è realizzare riforme che taglino i costi senza impoverire i redditi pensionistici. In pratica, la sostenibilità del sistema pensionistico deve armonizzarsi con l’altrettanta fondamentale esigenza di assicurare ai pensionati assegni adeguati.

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Pensioni e lavoro
Per raggiungere questi obiettivi, bisogna insistere sul messaggio che lavorare più a lungo e contribuire al sistema è l’unico modo per prendere una pensione adeguata, ma per posticipare il momento del ritiro sono necessarie politiche per garantire il mantenimento del lavoro o la ricerca di un nuovo impiego delle persone in età avanzata. Pertanto, le politiche in materia pensionistica dovrebbero ridurre la discriminazione in base all’ età, migliorare le condizioni lavorative e le opportunità di formazione e training per i lavoratori anziani.

Riforma Pensioni in Italia
In Italia, il sistema previdenziale incide per il 32% della spesa pubblica (contro una media OCSE del 18%). I dati si riferiscono però al 2011, quindi non incamerano gli effetti della Riforma delle Pensioni Fornero. Ad ogni modo, nella pagella italiana l’impatto delle riforme pensionistiche 2012-2014 è valutato positivamente così come la platea di riferimento, ma il giudizio è negativo per quanto riguarda l’importo delle pensioni. Tradotto: l’Italia ha previsto misure proporzionate alla necessità di ridurre l’impatto sui conti pubblici, ma non a quella di assicurare un reddito adeguato ai pensionati.

I paesi in cui le riforme delle pensioni hanno meglio coniugato esigenza di far quadrare i conti e reddito dei pensionati sono Australia, Austria, Belgio, Canada. Strategico anche il ruolo della previdenza complementare privata (fondi pensione integrativa).

Pensioni in Italia: novità 2015
Sul fornte previdenziale, nuove misure sono contenute nella Legge di Stabilità 2015: eliminate le penalizzazioni della Riforma Fornero per chi si ritira prima dei 62 anni con il requisito contributivo pieno, indipendentemente dalla tipologia dei contributi (prima si salvavano dalla decurtazione prevista dalla Riforma Fornero sulla pensione anticipata solo i lavoratori precoci). Tetto alle pensioni d’oro di chi invece resta al lavoro oltre i 70 anni, con il calcolo delle annualità successive al 2012 che non può in ogni caso superare l’80% dell’ultimo stipendio (come avveniva con il retributivo).

Ci sono poi capitoli ancora aperti della Legge di Stabilità, come quello relativo alle tasse sui fondi pensione che, secondo l’ipotesi più probabile, potrebbero arrivare al 17%, in rialzo rispetto all’attuale 11% ma con un aumento ridotto rispetto al 20% previsto dal testo della manovra approvato alla Camera. Altre misure sono ancora allo studio del Governo e attese nel corso del 2015, a partire da una maggiore flessibilità per le pensioni anticipate (es.: mini-assegni per chi si ritira prima, in forma di prestito previdenziale).

Per quanto riguarda la rivalutazione degli assegni non ci sono invece buone notizie per i pensionati: il tasso è allo 0,3% (contro un’inflazione all’1,1%). Secondo i primi calcoli, un assegno di 500,88 euro (la pensione minima) salirà a 502,38 euro nel 2015. Ricordiamo che la rivalutazione nel 2015 sarà piena fno a tre volte il minimo (1502,64 euro al mese lordi) e si ridurrà per importi superiori, fino ad azzerarsi sopra i 7mila euro al mese.

Fonte: Report OCSE sulle pensioni

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IMU agricola sui terreni montani: saldo e rinvio al 2015
L’IMU agricola sui terreni montani, su cui è stata abolita retroattivamente l’esenzione integrale, è rimandata a giugno 2015: i proprietari non dovranno più pagarla in un’unica soluzione entro il 16 dicembre. Il provvedimento ufficiale non è ancora arrivato ma è stato annunciato dal Governo, in considerazione dei tempi eccessivamente stretti e della complicazione interpretativa della nuova formulazione dell’esenzione.

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La nuova norma
La proroga è stata annunciata dal sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, secondo cui il rinvio arriverà con un decreto ad hoc oppure con un emendamento alla Legge di Stabilità. La questione riguarda il DM Economia del 28 novembre 2014, in attuazione di quanto previsto dal Decreto Competitività (articolo 22, comma 2, Dl 66/2014).

La norma che si vuole rinviare introduce nuove regole retroattive per l’esenzione IMU sui terreni agricoli montani, limitandola ai Comuni sopra i 601 metri di altitudine o sopra i 281 metri se posseduti da agricoltori diretti o imprenditori agricoli professionali. Tutti gli altri, che non hanno pagato l’acconto di giugno perché in base alla vecchia legge erano esenti, ora sono chiamati alla cassa.

Il rinvio
Visti i tempi strettissimi (dovrebbero versare l’IMU entro il 16 dicembre, in un’unica soluzione comprensiva di acconto e saldo, sulla base di un decreto di fine novembre) e le svariate proteste arrivate da associazioni di categoria ed enti locali, il Governo annuncia che il pagamento dell’IMU sui terreni agricoli montani slitta a giugno 2015 (con l’acconto dell’anno prossimo, evidentemente).

Le aliquote Bisogna attendere il provvedimento per capire se nel giugno prossimo bisognerà pagare anche l’IMU 2014, e quali saranno le aliquote da applicare. Anche su questo fronte, infatti, ci sono dubbi interpretativi: bisogna pagare con aliquota ordinaria dello 076% o con quella eventualmente stabilita dalla delibera comunale per i terreni? Come ci si comporta nel caso in cui la delibera preveda un’esenzione con regole diverse d a quella della norma statale?

Le criticità
Le associazioni di categoria chiedono che vengano modificati anche i criteri previsti dal decreto. Secondo la Cia (Confederazione italiana agricoltori):

«il criterio altimetrico non può essere l’unico parametro di riferimento, ci sono fattori economici e ambientali che devono essere presi in considerazione, a partire dai territori colpiti dagli effetti disastrosi del maltempo e del dissesto idrogeologico».

Coldiretti sottolinea poi che:

«far pagare l’IMU sui terreni in base all’altitudine in cui si trova il palazzo comunale introduce una inspiegabile disparità di trattamento tra campi confinanti appartenenti addirittura allo stesso proprietario”, ha denunciato l’associazione».

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La Riforma Lavoro è legge: il testo del Jobs Act approvato
Via libera definitivo al Jobs Act, la legge delega di Riforma Lavoro che cambia profondamente contratti di assunzione e norme sul licenziamento, con un forte ridimensionamento dell’articolo 18: il Senato ha approvato in terza lettura (166 voti a favore, 112 contrari e 1 astenuto) la Delega al Governo, ma per l’operatività restano da approvare i decreti attuativi. Il primo sarà sul nuovo contratto a tempo indeterminato con tutele crescenti, annunciato dal Ministro del Lavoro Poletti in tempo per entrare in vigore a gennaio 2015: dovrebbe essere approvato in CdM per metà dicembre.
Il Jobs Act si compone di cinque deleghe: ammortizzatori sociali,servizi per il lavoro e politiche attive, semplificazione procedure e adempimenti, riordino dei contratti, conciliazione vita-lavoro. Vediamo in sintesi cosa prevedono.

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Contratti e licenziamenti
Il nuovo contratto a tutele crescenti si accompagna al riordino dei contratti attuali e alle modifiche all’articolo 18 in materia di licenziamenti (commi 7 e 8, articolo unico). Si prevede che il contratto a tempo indeterminato diventi la “forma comune” di contratto applicato dalle aziende e per, promuoverlo, si rende questa tipologia economicamente più conveniente rispetto alle altre forme contrattuali. Nel corso del dibattito, si era parlato di un 10% in meno rispetto al tempo determinato. Già nella Legge di Stabilità, in corso di approvazione, sono previste misure di decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato nel 2015.

La lettera c) del comma 7, introduce il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio, che sostanzialmente sostituirà l’attuale indeterminato per tutti i nuovi contratti (anche per un passaggio diretto da un posto a un altro). Sarà il decreto attuativo a stabilirne le caratteristiche, dettagliando le caratteristiche delle “tutele crescenti”: l’orientamento è quello di escludere per i primi tre anni di assunzione, la protezione dell’articolo 18 (il reintegro in caso di licenziamento ingiustificato) sostituendolo con un indennizzo. La stessa delega esclude per i licenziamenti economici la possibilità della reintegrazione nel posto di lavoro,

«prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l’impugnazione del licenziamento».

Quindi, sparisce l’articolo 18 per tutti i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, proseguendo su un solco tracciato dalla Riforma del Lavoro Fornero 2012 (che già limitava fortemente il ricorso all’articolo 18 per i licenziamenti economici).

Altra novità è la possibilità di demansionamento del lavoratore in caso di «processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale», che vanno «individuati sulla base di parametri oggettivi», e che devono tener conto dell’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale e di quello del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita ed economiche. In pratica diventa possibile, con i paletti appena descritti, demansionare il lavoratore, modificando l’inquadramento.

Si cambia lo Statuto dei Lavoratori anche in materia di controlli a distanza, rendendoli possibili, anche se nel corso dell’iter parlamentare è stato specificato che devono riguardare gli impianti e gli strumenti di lavoro, non il dipendente. Previsto infine un compenso orario minimo da applicare a tutti i rapporti di lavoro, anche ai contratti di collaborazione coordinata e continuativa, di cui è comunque previsto il superamento. Esteso il lavoro accessorio a tutti i settori. Razionalizzata l’attività ispettiva.

Ammortizzatori sociali
Viene limitata la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione, mentre si incentiva l’ASpI come ammortizzatore sociale universale e la si rimodula, rapportandone la durata alla storia contributiva del lavoratore. Viene estesa ai lavoratori parasuborindati, ovvero ai contratti di collaborazione coordinata e continuativa, fino al loro superamento. Misure per favorire il reimpiego di chi resta senza lavoro.

Niente più cassa integrazione se cessa l’attività aziendale, meccanismi standardizzati per concederla (oggi c’è una procedura piuttosto complessa). La cassa integrazione viene riconosciuta solo se sono esaurite altre possibilità di riduzione dell’orario di lavoro (contratti di solidarietà). Rimodulazione degli oneri per le imprese, a seconda dell’effettivo utilizzo della Cig.

Politiche per il lavoro
I commi 3 e 4 della delega prevedono: razionalizzazione degli incentivi per assunzione, autoimpiego e imprenditorialità, «anche nella forma dell’acquisizione delle imprese in crisi da parte dei dipendenti»; istituzione di un’Agenzia nazionale per l’occupazione; valorizzazione delle sinergie fra servizi pubblici e privati per l’impiego, e fra istituzioni formative (università, scuola e via dicendo) e mondo del lavoro, per favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro; accordi per la ricollocazione, riconoscendo un incentivo economico alle agenzie per il lavoro e agli altri operatori accreditati, a fronte dell’effettivo inserimento del lavoratore almeno per un congruo periodo. Percorsi di formazione e reinserimento per inoccupati e disoccupati.

Conciliazione vita lavoro
Sono previsti: estensione della maternità a tutte le lavoratrici (non solo alle dipendenti); garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro; incentivi al lavoro femminile; flessibilità dell’orario di lavoro, anche con il ricorso al telelavoro; possibilità di cedere a un collega le ferie non godute, in particolari condizioni (genitore di figlio minori che necessita di particolari cure); incentivazione di servizi per le cure parentali forniti dalle aziende. Congedi dedicati alle donne vittime di violenza di genere.

Semplificazioni Drastica riduzione degli adempimenti per la costituzione e la gestione del rapporto di lavoro e promozione degli strumenti telematici per tutte le pratiche. Lotta al lavoro sommerso.

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Manifestazione Nazionale CISL
#CISLNONRINUNCIOMARILANCIO

/p>Ieri, 3 Dicembre 2014, presso il Teatro Palapartenope di Napoli, si è tenuta, per le Regioni del Sud Italia, la seconda delle 3 grandi manifestazioni Nazionali della CISL, promossa per ottenere dal Governo politiche più eque a favore del lavoro dipendente e dei pensionati più poveri.
Davanti ad una platea di oltre 10.000 persone si sono alternati interventi di delegati delle diverse Regioni e di vari settori sulle problematiche dei territori e del Mezzogiorno. Nell' intervento conclusivo, il Segretario Generale Nazionale Annamaria Furlan ha chiarito la posizione della CISL nei confronti del Governo rimarcando tutti quei punti che il nostro sindacato chiede di correggere e di rivedere nella nuova legge di stabilità e nel jobs act.


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“La CISL è un sindacato responsabile e come tale deve essere trattato” ha ribadito Annamaria Furlan, rivolgendosi al Premier Matteo Renzi e invitandolo a consultare la CISL attraverso la contrattazione ed il confronto diretto.
La Fai CISL di Latina è stata presente alla manifestazione al completo con tutto il Consiglio Generale. In particolar modo la Fai di Latina chiede un piano nazionale contro il dissesto idrogeologico per la messa in sicurezza del territorio che privilegi un modello di forestazione produttiva e protettiva e valorizzi il ruolo e le funzioni dei Consorzi di Bonifica; la Fai, inoltre, chiede l' immediata convocazione del tavolo negoziale per il rinnovo del CCNL degli operai forestali scaduto ormai il 31/12/2012. Questi temi per la Fai sono stati brillantemente trattati da un delegato della Fai Calabrese con un intervento molto apprezzato.
Si è parlato inoltre dell' estensione della cassa integrazione a tutti i settori, con l' obiettivo di avere un sistema di ammortizzatori sociali universalistico, dell' estensione del bonus di 80 euro per i pensionati, di rifinanziare la detassazione e decontribuzione dei premi di produttività erogati tramite la contrattazione di II livello che deve essere valorizzata sempre di più.
Ma altri due temi per la Fai risultano essere di notevole importanza: bisogna, assolutamente, rivedere l' incomprensibile e inaccettabile taglio delle risorse al Fondo dei Patronati, che fino ad oggi ha sempre garantito un servizio qualificato e totalmente gratuito a tutti i cittadini; bisogna rivedere, altresì, la decisione di aumentare la tassazione sui Fondi di Previdenza Integrativa che sono e debbono restare uno strumento utile a garantire un maggior supporto economico nei futuri anni in cui il sistema pensionistico pubblico sarà sempre meno tutelante.


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Esenzione IMU sui terreni:
pronto il decreto
In arrivo il decreto che riduce l’esenzione IMU per i terreni montani, non più valido per tutti ma solo in base all’ altitudine del Comune e all’ attività del proprietario (se coltivatore diretto o imprenditore agricolo professionale): il decreto 28 novembre 2014, in corso di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, attua infatti quanto previsto dal Decreto Competitività (articolo 22, comma 2, Dl 66/2014) che ha introdotto nuove regole retroattive per l’esenzione IMU sui terreni agricoli. Pertanto, anche chi finora era esente adesso è chiamato a pagare: per tutti il versamento va effettuato entro il 16 dicembre e riguarderà acconto e saldo in un’unica soluzione.

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Altitudine del Comune
I terreni agricoli montani ora esenti IMU sono solo quelli che ricadono in Comuni sopra i 601 metri di altitudine, in base all’Elenco comuni italiani pubblicato sul sito internet dell’ISTAT alla colonna “Altitudine dal centro“. Significa che se un terreno si trova sopra i 601 metri ma il Comune di appartenenza è sotto questa altitudine, non c’è l’esenzione IMU. Fa dunque fede l’altitudine del Comune e non del terreno.

Attività del proprietario
Se poi il Comune si trova tra 601 e 281 metri, l’esenzione IMU scatta solo per terreni di coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali, iscritti alla previdenza agricola. Quindi, i proprietari di terreni che in base a questa nuova regolamentazione non sono più esenti, ma non hanno pagato l’acconto IMU di giugno – perché in base alle vecchie regole lo erano – devono passare alla cassa entro il 16 dicembre, e pagare sia la prima rata sia il saldo.

Ricordiamo che la base imponibile si ottiene applicando al reddito dominicale risultante in Catasto, rivalutato del 25%, un moltiplicatore pari a 135, che scende a 110 per i coltivatori diretti e gli IAP (imprenditori agricoli professionali), che hanno anche la franchigia.

Fonti: decreto MEF sull’esenzione IMU per terreni agricoli

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Disoccupazione e posto fisso in Italia: numeri a confronto
Dai primi dati rilevati dal Sistema informativo delle comunicazioni obbligatorie sull’avviamento di nuovi rapporti di lavoro dipendente e parasubordinato arrivano notizie confortanti: aumenta il lavoro a tempo indeterminato in Italia, con un totale di 400mila contratti di assunzione nel terzo trimestre pari al +7,1% su base annua. Male invece la disoccupazione: l’ISTAT rivela che il tasso di disoccupazione continua a salire e raggiunge i livelli record del 1977.

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Nuove assunzioni
Il maggior numero di assunzioni come dipendenti si è concentrato nei settori dell’industria e agricoltura, mentre sono diminuite nel settore servizi. Fa eccezione il settore dell’istruzione con oltre 17mila nuovi contratti a tempo indeterminato. In generale sono aumentati i rapporti di lavoro avviati: 2,474 milioni di contratti di lavoro da dipendente e parasubordinato, pari al +2,4% su base annua.

Tra i nuovi contratti sottoscritti, quelli a tempo determinato rappresentano il 70% del totale, pari al +1,8% rispetto allo stesso periodo del 2013. In agricoltura questa tipologia di contratto ha riguardato circa 460mila nuovi rapporti di lavoro, pari al +10,6% sul 2013. Cresce anche il ricorso ai contratti di apprendistato, del +3,8%, rispetto al terzo trimestre dello scorso anno. Per il Ministero del Lavoro si tratta di dati che, in continuità con quelli del secondo trimestre, confermano l’efficacia del Decreto Legge Poletti 34/2014:

«Ha prodotto l’esito che era auspicabile cioè un incremento dei contratti a tempo indeterminato e dei contratti di apprendistato».

Cessazioni
I rapporti di lavoro chiusi in questo periodo sono stati 2,415 milioni, pari al +0,9% rispetto al 2013 per effetto del maggior numero di contratti a tempo determinato cessati, pari al 65% del totale delle cessazioni. Per le altre tipologie contrattuali le cessazioni sono diminuite. Da segnalare, tra le cause di cessazione, l’aumento pari al +55% dei pensionamenti nel settore dell’istruzione. Calano invece del -3,3% i licenziamenti, che rappresentano il 9% del totale di rapporti di lavoro cessati.

Disoccupazione
La nota dolente è rappresentata dalla disoccupazione che ha raggiunto a ottobre il livello record del 13,2%, secondo gli ultimi dati ISTAT, il peggiore dall’inizio delle serie storiche mensili. Il dato è aumentato dello 0,3% rispetto al mese precedente e del +1% su base annua. Da sottolineare che il tasso di disoccupazione giovanile (15-24enni) è salito al 43,3%.

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Coordinamento regionale dei Consorzi di Bonifica del Lazio
Si è tenuto oggi il coordinamento regionale della Bonifica alla presenza di tutte le RSA e dei componenti dei direttivi del settore Bonifica.

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Bonus Bebè 2015: le nuove regole di reddito
La Legge di Stabilità 2015 ha introdotto nuove “Misure per la famiglia” (articolo 12 del Ddl Stabilità), tra le quali anche il Bonus Bebè: un assegno di importo annuo di 960 euro erogato mensilmente (circa 80 euro al mese) per ogni figlio nato o adottato a decorrere dal 1° gennaio 2015 fino al 31 dicembre 2017. L’assegno verrà corrisposto a decorrere dal mese di nascita o adozione e fino al terzo anno di vita.

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Nuovi requisiti d’accesso

Per quanto riguarda i requisiti di accesso al Bonus, un emendamento alla Legge di Stabilità depositato in commissione Bilancio alla Camera ha cambiato le regole, definendo nuove soglie di accesso al beneficio e un assegno raddoppiato per le fasce di reddito più basse. Nel dettaglio:

- potranno accedere al Bonus Bebè i genitori il cui valore dell’indicatore ISEE non superi i 25mila euro;
- se l’ISEE è inferiore ai 7mila euro il Bonus Bebè raddoppia.

Da sottolineare che si tratta di una proposta e che per conoscere i requisiti definitivi e le modalità di accesso al Bonus Bebè bisognerà tuttavia attendere la versione finale del Disegno di Legge di Stabilità 2015.

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Fillea-Cgil, Filca-Cisl e Feneal-Uil:
"Ottocentomila i posti lavoro persi, il governo cambi politiche per rilanciare il settore"
"Roma 27 novembre 2014 - "In lotta X il futuro": questo lo slogan scelto per la giornata di mobilitazione nazionale dei lavoratori delle costruzioni organizzata da Fillea-Cgil, Filca-Cisl e Feneal-Uil. A Roma si svolge con un presidio davanti al ministero delle Infrastrutture. I lavoratori chiedono il rilancio del settore nel segno della qualità dell'impresa, della regolarità del lavoro, della legalità e della sostenibilità. In questi sei anni di crisi sono 800 mila i posti di lavoro persi, mentre si registra il 47% in meno di investimenti in opere pubbliche, avvertono i sindacati, chiedendo che il governo cambi le politiche per sostenere il settore."



Giornata di studio del gruppo di lavoro "Classificazione del personale"
Il 19 novembre u.s. presso la sede nazionale della FAI CISL si è riunito il gruppo di lavoro “Classificazione del personale”, come determinato nell’ ultimo Coordinamento Nazionale della Bonifica del 26 settembre 2014.

Clicca qui per leggere



La Fai di Latina sarà presente a Napoli con il suo Consiglio Generale al completo per sostenere le ragioni della manifestazione.

Clicca qui per vedere il volantino



Lettera del Segretario Generale a Delegati ed Attivisti
Care delegate/i, Care attiviste/i, Care pensionate/i,

Sono certa che in un momento delicato quale quello che stiamo vivendo sia importante consolidare i fili del comune sentire che, seppure con ruoli e responsabilità diverse, ci unisce tutti in un impegno collettivo per riaffermare la difesa del lavoro, delle sue tutele nel quadro di valori che da sempre ispirano l’azione della CISL.

La strategia che la nostra Organizzazione sta mettendo in campo è tutta volta ad ottenere gli opportuni cambiamenti ai provvedimenti che il Governo sta varando in questi giorni: Jobs act e Legge di stabilità, iniziando ad ottenere significativi risultati di modifica derivati dalle nostre richieste.

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Per questo oggi la CISL ritiene utile proseguire su questa strada, perchè ci sono ancora tante cose da cambiare e per farlo c’è bisogno di un’azione svolta con continuità, sia in termini di mobilitazione che di interlocuzione con le forze politiche e con il Governo, che richiedono tempo ed impegno costante.

Da questa consapevolezza deriva la scelta che l’Organizzazione ha fatto in termini di mobilitazione ritenendo più efficace un percorso più vasto e più capillare della singola giornata di sciopero, più articolato ma certamente più impegnativo e più faticoso.

Per questo mi rivolgo direttamente a Te, perché la CISL è fatta in primo luogo di persone che tutti i giorni, in quella che chiamiamo la prima linea, portano idee e costruiscono soluzioni, raccolgono sofferenza e cercano di interpretarla in una dimensione collettiva.

A Te chiedo oggi di sostenere ancora una volta la CISL nelle sue scelte, a volte difficili, ma certamente responsabili e lungimiranti e prese in piena autonomia, sarà ancora una volta una stagione nella quale riponiamo la volontà di raggiungere risultati importanti per le persone che rappresentiamo ed il Tuo aiuto convinto sarà determinante.

Ci vedremo presto nelle iniziative di mobilitazione che abbiamo previsto di realizzare nelle giornate del 2, 3 e 4 Dicembre a Firenze, Napoli e Milano, per ascoltare la voce di Voi delegate/i e tradurla in forza contrattuale per ciò che vogliamo ottenere.

Un caro saluto e un augurio di buon lavoro. Viva la CISL.


Annamaria Furlan

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Ermanno Bonaldo Segretario Generale della Fai del Lazio
eletto Deputy President dell'EFFAT
Congratulazioni all'amico e collega Ermanno Bonaldo, eletto all'unanimità Deputy President dell'EFFAT, Sindacato europeo del settore agroalimentare e del commercio, in occasione del 4' Congresso EFFAT celebratosi a Vienna il 20 novembre 2014.
La Fai di Latina esprime la soddisfazione e l'orgoglio di averlo avuto Segretario Generale, attualmente egli si occupa delle attività internazionali per la Fai Nazionale , e ricopre il ruolo di Segretario Generale della Fai del Lazio.



IMU-TASI verso la scadenza del saldo 2014
Si avvicina la nuova scadenza IMU-TASI, il saldo si versa entro il 16 dicembre, e anche in questa occasione le varianti nei diversi Comuni tra delibere e detrazioni sono le più disparate.

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IMU
L’IMU si paga sugli immobili diversi dall’abitazione principale. Il termine per pagare il saldo dell’IMU 2014 è il prossimo 16 dicembre, si tratta dell’ultima scadenza IMU per quest’anno, dopo il versamento del primo acconto nel mese di giugno. Va sottolineato che l’acconto IMU è stato versato sulle aliquote del 2013, mentre nel conguaglio a saldo il totale dovuto deve essere determinato sulla base delle aliquote 2014, se il Comune ha deliberato entro il 28 ottobre 2014, altrimenti anche il saldo dovrà essere calcolato sulle aliquote 2013.

TASI
Diversamente la TASI si paga anche sulla prima casa e una parte dell’imposta deve essere versata anche dagli inquilini, a meno di esenzioni da parte del Comune di appartenenza. Anche il saldo TASI va versato entro il 16 dicembre, dopo il pagamento del primo acconto di giugno per i Comuni che avevano deliberato, o di ottobre per i Comuni ritardatari. Nei Comuni che non hanno deliberato, approvando le nuove aliquote 2014, entro il termine ultimo del 10 settembre, il versamento del 16 dicembre riguarda invece l’intera imposta 2014 da pagare sulla base delle aliquote standard.

Saldo IMU-TASI Sia per il versamento del saldo IMU che per quello TASI il calcolo deve essere effettuato considerando la differenza tra quanto complessivamente dovuto e quanto pagato con il primo acconto. Per evitare qualsiasi errore è consigliabile consultare la delibera del Comune di appartenenza, che può aver disposto modifiche alle regole generali (come quelle sul versamento minimo). Utile inoltre ricordare che gli importi da indicare non vanno arrotondati se si utilizza il bollettino postale, mentre vanno arrotondati se si utilizza la delega F24.

Autocertificazione o dichiarazione IMU
Entro il 16 dicembre andrà infine presentata l’autocertificazione o dichiarazione IMU, nel caso in cui sia necessario giustificare l’applicazione di un’aliquota IMU più bassa di quella ordinaria, ovvero nel caso in cui sull’immobile sia stata applicata un’aliquota agevolata. Nel caso in cui l’autocertificazione sia stata già presentata nell’anno in corso la comunicazione dovrà riguardare solo eventuali variazioni intervenute.

Deducibilità IMU – TASI
Il versamento dell’IMU sugli immobili strumentali è deducibile dal reddito d’impresa/professionale, ovvero dall’imponibile IRES/IRPEF, per il 20% (articolo 1, comma 715, legge n. 147/2013), ma è indeducibile ai fini IRAP.
La TASI invece è deducibile per il 100% poiché, in assenza di previsioni specifiche, trova applicazione la disciplina generale che rende il tributo interamente deducibile per cassa, se inerente a beni relativi all’impresa (articolo 43, comma 1, del TUIR).

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Consiglio Generale
Fai Cisl Latina
Il Direttivo Provinciale della Fai Cisl di Latina, riunitosi il 14 Novembre 2014, ascoltata la relazione del Segretario Provinciale Tiziana Priori, arricchita dagli interventi di Ermanno Bonaldo, Segretario Regionale del Lazio, del Reggente della UST di Latina Tommaso Ausili, di Stefano Macale, Segretario Regionale della Filca lazio e di Francesco Rossi, Segretario della Filca di Latina-Frosinone, ha registrato un ampio dibattito di delegati di ogni settore della rappresentanza della Fai Pontina.
Le conclusioni sono state riassunte dall' intervento di Fabrizio Scata', delegato del Commissario Nazionale Luigi Sbarra.

In allegato il documento politico approvato dal Direttivo, clicca qui per leggerlo.



Garanzia Giovani:
lavoro per il 2,5% degli iscritti
Le registrazioni al programma Garanzia Giovani sono numerose ma non tra le aziende: a trovare impiego iscrivendosi alla piattaforma online del Ministero è appena il 2,5% dei senza lavoro. E’ quanto emerge dall’ultimo monitoraggio : oltre 283.317 iscrizioni per 7mila posti attivati. Eppure gli annunci sul portale sono circa 30mila: significa che un più efficace incontro fra domanda e offerta produrrebbe migliori risultati occupazionali. Analizziamo il report al 6 novembre, che fotografa l’andamento dei primi sei mesi della Garanzia Giovani.

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Il profilo dei candidati
Le adesioni provengono per il 52% dai portali regionali e per il 48% da quello nazionale. Le regioni più sono Sicilia (quasi al 12%) e Campania (11,5%), seguono Lazio (8%), Lombardia ed Emilia Romagna (7%). Di tutti i giovani iscritti, sono stati “presi in carico” circa 82mila (il 29%), contatti da un centro per l’impiego per un primo colloquio e successivamente con successivo inserimento del profilo del candidato nel database dei NEET (giovani under 35 che non studiano né lavorano), i cui numeri sono al momento: 53% uomini e 47% donne; 12% under 18 anni, 51% 19-24 anni, 37% oltre i 25 anni. Le competenze sono spesso basse (34%) o medio-basse (36%), ma non mancano i profili medio-alti (22%) e alti (8%).

Le offerte di lavoro
L’offerta è uno dei punti deboli del programma: da maggio a inizio novembre sono stati pubblicati 21.514 annunci di lavoro, per circa 30mila posti disponibili. Le assunzioni effettuate sono quasi 7mila, nel 71% dei casi concentrate nel Centro-Nord. In genere, si tratta di posti a tempo determinato (73% dei contratti attivati), mentre si ferma al 12% la quota di lavoro a tempo indeterminato. Su queste cifre, bisogna vedere come impatteranno le novità previste dalla Legge di Stabilità ad esempio in materia di sgravi fiscali per le assunzioni a tempo indeterminato.

Bonus occupazionale
L’incentivo è disponibile con modalità di adesione contenute nella circolare INPS del 3 ottobre 2014, completa di modulo telematico di richiesta.

Servizi offerti
In attesa di un più massiccio utilizzo di fondi riservati al progetto Garanzia Giovani, a disposizione delle Regioni è stato messo finora il 7% delle risorse, servito per far partire gli strumenti di accompagnamento dei NEET nel mondo del lavoro o della formazione:
• Formazione: iniziative attivate in Toscana, Umbria, Marche, Piemonte, Lombardia,Veneto, Liguria per la fascia di età 15-18 anni; in Veneto, Liguria, Puglia, Lombardia, Provincia Autonoma di Trento, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Sardegna per i maggiorenni.
• Incontri Lavoro: servizio di matching (con rimborso se l’agenzia di collocamento trova impiego al giovane) attivato in Lombardia, Trento, Veneto, Liguria, Lazio, Puglia e Campania.
• Apprendistato: Trento, Marche e Lombardia hanno attivato bandi per contratti in apprendistato di primo (qualifica professionale) e secondo livello (alta formazione e ricerca); altre iniziative in Abruzzo e Piemonte.
• Tirocinio: avvisi pubblicati a Trento, in Veneto, Toscana, Lazio, Liguria, Campania, Puglia, Emilia Romagna, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Marche, Sicilia e Sardegna. In corso di pubblicazione in Abruzzo e Calabria. Per l’indennità di tirocinio pagata dall’INPS sono state attivate convenzioni con Basilicata, Emilia Romagna, Abruzzo e Marche.

Altri strumenti attivati
• Auto-impiego/imprenditorialità:
Emilia Romagna, Liguria e Campania hanno lanciato avvisi per l’accesso agli incentivi, il Ministero del Lavoro sta predisponendo la scheda da proporre alle Regioni che prevede la creazione di un fondo rotativo nazionale.
• Bonus occupazionale: l’incentivo è disponibile con modalità di adesione contenute nella circolare INPS del 3 ottobre 2014, completa di modulo telematico di richiesta.
• Mobilità professionale, transnazionale e territoriale: iniziative in Veneto, Liguria e Puglia, per progetti in ambito nazionale ed europeo.
• Servizio Civile Nazionale: alla selezione di 7.362 giovani NEET aderiscono Abruzzo, Basilicata, Campania (in parte), Friuli Venezia Giulia, Lazio, Molise, Piemonte, Puglia (in parte), Sardegna, Sicilia e Umbria; altre regioni hanno attivato o stanno attivando il servizio locale: Campania (in parte), Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Trento, Puglia (in parte), Toscana, Valle d’Aosta; l’Emilia Romagna ha già pubblicato l’elenco dei progetti disponibili, mentre le Marche l’avviso per la presentazione dei progetti.

Fonte: Report del Ministero sulla Garanzia Giovani al 6 novembre 2014

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Istat, la produzione industriale torna a calare
Nella media del trimestre luglio-settembre 2014 la produzione industriale in Italia è diminuita dell'1,1% rispetto al trimestre precedente. Il dato è il più basso dal quarto trimestre del 2012. Lo rileva l'Istat.Nella media dei primi nove mesi dell'anno la produzione è scesa dello 0,5% rispetto allo stesso periodo del 2013.

La produzione industriale a settembre torna a scendere, segnando un calo del 2,9% su base annua (dato più basso da settembre 2013) e dello 0,9 rispetto al mese di agosto. Lo rileva l'Istat, aggiungendo che le variazioni negative sia congiunturali che tendenziali coinvolgono tutti i comparti.

La produzione industriale a settembre ha variazioni negative in tutti i comparti. Lo rileva l'Istat spiegando che, su base mensile, per quanto riguarda i dati destagionalizzati, a scendere più di tutte è la produzione di beni di consumo (-3,2%), seguita dai beni strumentali (-2,4%), l'energia (-1,5%) e in misura "più lieve", i beni intermedi (-0,8%).



Esodati Sesta Salvaguardia, domande alla DTL entro il 5 Gennaio
La Circolare del Ministero del Lavoro 27/2014 conferma che i lavoratori hanno tempo sino al 5 gennaio 2015 per la presentazione delle istanze di accesso alle Direzioni Territoriali del Lavoro.

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Piu' nello specifico i lavoratori interessati sono:

b) i lavoratori il cui rapporto di lavoro si e' risolto entro il 30 giugno 2012 in ragione di accordi individuali sottoscritti anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412-ter del codice di procedura civile, ovvero in applicazione di accordi collettivi di incentivo all'esodo stipulati dalle organizzazioni comparativamente piu' rappresentative a livello nazionale entro il 31 dicembre 2011, anche se hanno svolto, dopo il 30 giugno 2012, qualsiasi attivita' non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato;

c) i lavoratori il cui rapporto di lavoro si e' risolto dopo il 30 giugno 2012 ed entro il 31 dicembre 2012 in ragione di accordi individuali sottoscritti anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412-ter del codice di procedura civile, ovvero in applicazione di accordi collettivi di incentivo all'esodo stipulati dalle organizzazioni comparativamente piu' rappresentative a livello nazionale entro il 31 dicembre 2011, anche se hanno svolto, dopo la cessazione, qualsiasi attivita' non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato;

d) i lavoratori il cui rapporto di lavoro sia cessato per risoluzione unilaterale, nel periodo compreso tra il 1º gennaio 2007 e il 31 dicembre 2011, anche se hanno svolto, successivamente alla data di cessazione, qualsiasi attivita' non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato;

e) i lavoratori che, nel corso dell'anno 2011, risultano essere in congedo ai sensi dell'articolo 42, comma 5, del decreto legislativo n. 151 del 2001 e successive modificazioni, o aver fruito di permessi ai sensi dell'articolo 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992, e successive modificazioni;

f) i lavoratori con contratto di lavoro a tempo determinato cessati dal lavoro tra il 1° gennaio 2007 e il 31 dicembre 2011, non rioccupati a tempo indeterminato;

I lavoratori che si riconoscono in tali profili dovranno produrre apposita istanza di accesso alla Direzione Territoriale del Lavoro entro il 5 gennaio 2015, cioè entro 60 giorni dall'entrata in vigore della legge 147/2014 (avvenuta lo scorso 6 Novembre 2014). La direzione competente all'istanza è quella determinata in base alla residenza del lavoratore tranne negli accordi stipulati ai sensi degli articoli 410, 411 e 412-ter del codice di procedura civile. In tale caso l'istanza va presentata presso la dtl innanzi alla quale tali accordi sono stati sottoscritti. Qui il programma di pensionioggi.it per verificare se si rispettano i requisiti anagrafici e contributivi utili per l'accesso in salvaguardia.

Le istanze potranno essere trasmesse, dai lavoratori interessati o dai soggetti abilitati (patronati, i consulenti del lavoro o i dottori commercialisti), alle competenti dtl attraverso l'indirizzo di posta elettronica certificata o, in alternativa, inviate tramite raccomandata con avviso di ricevimento.

L'esame delle Domande da parte della DTL - La Circolare ricorda che le decisioni riguardo alle istanze dovranno essere assunte entro 30 giorni dal termine di presentazione delle istanze (cioè entro il 4 febbraio 2015); le decisioni di rigetto dovranno essere comunicate e motivate all'interessato con la possibilità per questi di produrre istanza di riesame entro 30 giorni dalla comunicazione del rigetto presso la medesima DTL; le decisioni di accoglimento dovranno essere comunicate all'Inps per l'ulteriore verifica dei requisiti anagrafici e contributivi utili ad accedere alla sesta salvaguardia.

Gli altri lavoratori - Si ritiene che i profili di tutela non regolati dalla predetta Circolare (cioè lavoratori in mobilità ordinaria e i lavoratori autorizzati ai volontari - lettere a) e b) dell'articolo 2, comma 1 della legge 147/2014) dovranno invece presentare istanza di accesso all'Inps secondo modalità e modelli che saranno a breve resi noti dall'Istituto di previdenza, come accaduto per le precedenti salvaguardie.

Riferimenti
La Circolare è corredata, tra l’altro, dal modello di istanza che dovrà essere presentata dai lavoratori rientranti nelle categorie previste dall’articolo 2, comma 1, della legge 10 ottobre 2014, n. 147, come riportate nella medesima Circolare. Si riportano di seguito i documenti diffusi dal Ministero.

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Sblocca Italia approvato con fiducia in Senato
Dopo essere stato approvato alla Camera, il Decreto Sblocca Italia (Decreto n. 133/2014), ha ottenuto la fiducia in Senato (con 157 voti favorevoli, 110 contrari e nessun astenuto) nonostante le durissime proteste in Aula dell’opposizione. Oltre alle correzioni della Ragioneria di Stato al Ddl di conversione del Decreto “Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive” , il testo prevede anche la deroga al Patto di Stabilità interno (per cui mancano ancora le coperture) in favore dei Comuni che necessitano di completare opere pubbliche giudicate prioritarie.

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Misure confermate
Il testo del Decreto Sblocca Italia approvato presenta oltre 200 modifiche a fronte dei 2.200 emendamenti presentati e degli oltre 1.200 votati. Le misure approvate riguardano:
- Patto di Stabilità allentato per piccole opere segnalate al Governo o immediatamente cantierabili.
- Sanatoria sulle domande relative a debiti PA pervenute oltre il limite “a causa di errori meramente formali relativi alla trasmissione telematica”;
- Banda Larga, con predisposizione obbligatoria da luglio 2015 al collegamento in fibra in ogni nuovo edificio;
- Bonus IRPEF del 20% sull’acquisto fino a 300mila euro di immobili affittati per almeno 8 anni con contratto di locazione a canone concordato (non tra genitore e figlio), se non ubicati in zone di carattere storico, artistico, particolare pregio ambientale o destinate a impianti industriali e usi agricoli;
- Opere interne con Comunicazione di Inizio Lavori (CIL) per la manutenzione straordinaria al posto della SCIA, purché con dichiarazione del tecnico che attesti la compatibilità antisismica dell’intervento;

Misure cancellate
Ricordiamo che, rispetto al testo originario, le misure cancellate riguardano la riduzione IVA dal 10% al 4% sul recupero edilizio, l’estensione della defiscalizzazione alle autostrade in esercizio e il raddoppio da 50 a 100 milioni del fondo per le calamità naturali. Di contro non è stata alzata l’IVA sulle case di nuova costruzione, dal 4 % al 10%.

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Come ottenere la pensione anticipata
I requisiti di anzianità contributiva per ottenere la pensione anticipata dopo la Riforma Fornero: come presentare la domanda e come calcolare l'assegno in base ai nuovi requisiti contributivi scattati nel 2014.
Andare in pensione anticipata è oggi più difficile: da gennaio 2014 sono infatti scattati i nuovi adeguamenti alle aspettative di vita come previsto dalla Riforma delle Pensioni Fornero. Per avere diritto all’assegno pensionistico ci vogliono oggi:

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- per le donne 41 anni e sei mesi di contributi;
- per gli uomini 42 anni e sei mesi di contributi.

Nessuna sorpresa nel 2015, mentre nel 2016 ci sarà il nuovo adeguamento alle aspettative di vita: uno scatto ogni tre anni fino al 2019, poi l’adeguamento diventa biennale.
Per averne diritto bisogna aver cessato il rapporto di lavoro dipendente, mentre non è richiesta la cessazione dell’attività svolta in qualità di lavoratore autonomo. La pensione anticipata decorre dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda, che si può presentare online (dal portale INPS, con PIN e codice fiscale), per telefono (numero verde 803164) o tramite intermediari (enti di patronato o intermediari riconosciuti dall’INPS).

Requisiti e procedura

Importo pensione anticipata

La pensione anticipata (ex pensione di anzianità) è regolamentata in modo diverso a seconda che il contribuente abbia iniziato a lavorare prima o dopo il 31 dicembre 1995 (da quando la Riforma Dini ha introdotto il metodo contributivo) in quanto cambia il sistema di calcolo dell’importo della pensione:
- contributivo: per chi ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre ’95.
- retributivo: per chi aveva già 18 anni di contributi il 31 dicembre ’95.
- misto: per chi non aveva 18 anni di contributi a fine ’95, si applica il retributivo per la quota maturata fino a fine ’95 e il contributivo per le anzianità maturate successivamente.

Calcolo Pensione con sistema contributivo, retributivo o misto

Anzianità contributiva prima del ’95

Se chi ha iniziato a lavorare prima della fine del ’95 e – pur avendo raggiunto i requisiti contributivi richiesti – va in pensione prima dei 62 anni, perde l’1% per ogni anno di anticipo (rispetto ai 62 anni) per i primi due anni, e il 2% per ogni anno successivo:
- taglio dell’1% per chi si ritira a 61 anni,
- del 2% per chi va in pensione a 60 anni,
- del 4% per chi va in pensione a 59 anni,
- del 6% per chi si ritira a 58 anni.
Questo taglio si applica solo alla quota retributiva della pensione. Quindi:
- per chi aveva 18 anni di contributi nel ’95, la riduzione vale per tutte le anzianità contributive maturate al 31 dicembre 2011.
- per chi non aveva 18 anni di contributi nel dicembre ’95, la riduzione si applica sulla quota maturata al 31 dicembre ’95.

Anzianità contributiva dopo il ’95
Chi ha iniziato a lavorare dopo il primo gennaio 1996 ha l’intera pensione calcolata con il sistema contributivo, quindi anche se si ritira prima dei 62 anni (sempre in presenza dei requisiti contributivi necessari) non ha nessuna decurtazione dell’assegno. Questi contribuenti possono fare anche un’altra scelta: andare in pensione a 63 anni, in presenza di almeno 20 anni di contribuzione effettiva (non si calcolano i contributivi figurativi, solo quelli effettivamente versati).

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